Champagne Leclerc Briant: le grandi novità! Anche… dal mare

Champagne Leclerc Briant

Tra gli assaggi che ci hanno maggiormente impressionato durante i lavori per l’edizione 2016-17 della guida Grandi Champagne (e, conseguentemente, dell’app Top Champagne, che avrà un importante aggiornamento a breve…) va annoverata senza dubbio Leclerc Briant. Che, non va dimenticato, se è vero che è stato (e lo è tuttora, beninteso) tra i più importanti produttori di Champagne in biodinamica, è altrettanto vero che fa parte di quel gruppo di maison che sono state costrette a subire un traumatico cambio di proprietà, reso ancora più tragico dal fatto che è stato conseguente alla morte di Pascal Leclerc nel 2010 (quando Leclerc Briant era il più grande biodinamico in Champagne…) e alla successiva vendita di parte dei vigneti. Per fortuna, nel 2012, una coppia di americani appassionati acquista la maison con l’idea di rilanciarla ed è qui che… l’araba fenice rinasce dalle sue ceneri.

Hervé Jestin, chef de cave della maison, a destra Frédéric Zeimett, Directeur Général della stessa.
L’anima – e il genio… – di Leclerc Briant: a sinistra Hervé Jestin, chef de cave della maison, a destra Frédéric Zeimett, Directeur Général della stessa.

Entra in scena Frédéric Zeimett, figura di grande esperienza nello champagne con un passato sia da Pommery, sia da Moët: è lui a progettare il rilancio della maison e assumerne la direzione. Le prime mosse sono assicurarsi contratti di fornitura per le uve, biodinamiche ovviamente, per l’equivalente di 15 ettari, che andranno a integrare gli 8 ettari del ‘domaine’, e, soprattutto, assicurarsi la collaborazione di Hervé Jestin, che diventa di fatto lo chef de cave. È una delle mosse più geniali di Zeimett, perché Jestin è non solo un valente enologo, ma è il ‘guru’ della biodinamica in Champagne.

Mi si permetta una piccola divagazione: Hervé Jestin era lo chef de cave di Duval-Leroy. Non conosco i retroscena, ma non ho mai capito perché sia stato sostituito. Carol Duval-Leroy è una gran donna della Champagne, ha fatto tantissimo per la sua maison, ma credo che in quell’occasione abbia commesso un errore non da poco. Anche perché gli champagne Duval-Leroy non sono più gli stessi, non sono più al medesimo livello.

Bottiglia Leclerc Briant Brut Réserve maturata in mare
La bottiglia di Brut Réserve maturata un anno in mare, a 60 metri di profondità nell’Oceano Atlantico.

Dunque, l’accoppiata Zeimett-Jestin promette mirabilia e i primi frutti del loro sodalizio già lo dimostrano, Brut Réserve in primis. Si tratta del nuovo sans année, un sans année alto di gamma, biodinamico, ovviamente, mai improbabile, anzi eccellente, come dimostrato dagli assaggi per la guida e, soprattutto, i feedback del pubblico, riscontrati personalmente dal sottoscritto in occasione di diverse degustazioni guidate in giro per l’Italia. Ed è proprio questo champagne a rappresentare la prima delle novità di Leclerc Briant. In che senso? Beh, i due (Frédéric ed Hervé) hanno pensato di metterlo a maturare in fondo al mare… Hanno preso 3.000 bottiglie, le hanno degorgiate e metà le hanno tenute da parte in cantina, mentre l’altra metà le hanno immerse a 60 metri di profondità nell’Oceano Atlantico, a ovest dell’isola di Quessant (al largo di Brest, più o meno, “l’ultima terra emersa prima di New York…”). Ricordo che, per disciplinare, le bottiglie devono maturare sui lieviti dentro i confini della Champagne, intesa come AOC, per questo motivo operazioni simili possono essere fatte solo post dégorgement. Operazioni simili che sono già state fatte da altri (Drappier, Veuve Clicquot…), ma non mi sembra proprio a queste profondità e in acque così fredde. L’idea è di capire l’evoluzione dello champagne in queste condizioni particolari e, magari, proporre in futuro (l’esperimento non è ancora terminato, anzi…) una cassetta che contenga due bottiglie di Brut Réserve, una invecchiata in cantina e una in mare.

C’è differenza? È quanto abbiamo voluto scoprire (con me c’erano l’immancabile Vania Valentini e, per l’occasione, anche Francesca Bassetti) nel corso dell’ultima visita da Leclerc Briant, con la degustazione organizzata appositamente per noi da Zeimett e Jestin. Degustazione alla cieca, perché Jestin ci ha messo di fronte due bicchieri, ovviamente uno di Brut Réserve da cantina e uno ‘da mare’ degorgiati poco più di un anno fa, ma senza dirci quale era l’uno e quale l’altro. Riporto le impressioni di quello che, al termine della degustazione, abbiamo scoperto essere quello invecchiato in fondo al mare.

Vania Valentini
Vania Valentini rispolvera la sua formazione da sommelier e… ci serve lo champagne!

Brut Réserve

20% Pinot Noir, 15% Chardonnay, 65% Meunier
(millesimato 2012 non dichiarato, dosage 0 g/l)
Ovviamente, la differenza tra i due calici è a livello di sfumature, di dettagli, ciò nonostante si percepisce immediatamente una maggiore freschezza, oltre a proporsi più asciutto, meno intenso e maturo sul frutto, in generale più sottile ed elegante. L’assaggio è dinamico, pervaso da una bella dolcezza agrumata e, ancora, da una maggiore freschezza che cresce costantemente fino a segnare il finale. Appare anche più elegante, nonostante l’abbondanza e lo spessore della materia, ma, più d’ogni altra cosa, questo champagne è evidentemente più preciso, pulito, netto. Il tutto si traduce in un vino di superiore bevibilità ed energia, gustosamente salino (ma il mare… non c’entra. Ovviamente!), di grande sapidità, con una lodevole capacità di evolvere e migliorare nel calice, a patto che si abbia la pazienza di attenderlo.
Voto: 91/100

barrique acciaio e oro
Ancora Zeimett e Jestin, stavolta in cantina con la oramai famosissima barrique di acciaio e oro. Giustamente soddisfatti…
Fermentazione champagne
I mosti del vigneto La Croisette del 2016 sono fermentati in tre materiali diversi: oro, legno e terracotta. Vedremo…

Come detto, si tratta del medesimo champagne la cui espressione cambia a livello di sfumature, ma, alla fin fine, queste sfumature sono percepibili. Afferma Jestin che “nel mare tutto resta nell’armonia” e, in effetti, lo champagne maturato in mare ha questa energica freschezza che lo rende meno maturo e più levigato. Vedremo se rimarrà un esperimento (per ora sono state portate in superficie 96 bottiglie) o se, come detto, avrà un seguito commerciale, anche se Zeimett ha confessato che si tratta di un’operazione molto costosa e, pertanto, il prezzo di mercato sarebbe inevitabilmente elevato. A ogni modo, si è trattato senza dubbio di una gran bella esperienza.

Leclerc Briant La Croisette
Lo champagne più prezioso di Leclerc Briant è senza dubbio La Croisette, blanc de blancs frutto del vigneto omonimo di Epernay. Stavolta l’ho trovato nettamente migliorato, al punto che gli tributerei almeno 94/100. Da non mancare assolutamente!

Nella prossima puntata andremo a conoscere due nuovi champagne di Leclerc Briant, un blanc de noirs da solo Meunier e un blanc de blancs 100% Cramant. Prima, però, dettagliamo (finalmente…) un aspetto di Leclerc Briant di cui si è parlato tanto a livello di gossip, ma nulla a livello circostanziato: la barrique d’oro. Nell’ottica di ricerca continua, sperimentazione, finalizzata a una superiore espressività dei vini, Zeimett e Jestin stanno esplorando nuove strade anche a livello di vinificazione. Al fianco delle barrique, dunque, sono arrivati dei fusti ovoidali in terracotta (tra l’altro realizzati in Toscana), ma ora anche una singolare barrique di acciaio inox rivestita internamente di oro (l’equivalente di un lingotto da 1 Kg). L’esperimento è stato focalizzato sui mosti provenienti dal vigneto La Croisette (a Epernay, poco sopra la maison, mezzo ettaro a Chardonnay con piante di oltre 40 anni: da qui nasce quello che ritengo il miglior champagne di Leclerc Briant e uno dei più affascinanti dell’intero panorama champenois), quelli della vendemmia 2016. Una parte sono stati fermentati tradizionalmente in barrique di rovere (usate, provenienti dai vini bianchi di Bordeaux), una parte nella terracotta e una parte in questa singolare barrique di metallo. Jestin ci ha invitato, con le dovute cautele (i mosti erano in fermentazione…), a dare un’annusatina a tutti e tre e, suggestioni a parte, devo ammettere che le tre olfazioni erano ben diverse tra loro, altro che sfumature! Un giudizio in questa fase sarebbe fuorviante, quindi lo rimando all’assaggio dei vins clairs nella prossima primavera.

Diavolo d’un Zeimett! Diavolo d’un Jestin!

(ha collaborato alle schede di degustazione Vania Valentini)

www.leclercbriant.fr

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