Ca’ del Bosco: un altro pianeta!

Tappi Ca' Del Bosco

Sono reduce con Vania da una recente full immersion da Ca’ del Bosco, ospiti di Maurizio Zanella e del suo ottimo staff. Lascio alle parole di Vania il racconto di questa giornata, da parte mia posso solo aggiungere che questa visita mi ha definitivamente convinto di quello che pensavo da tempo: la Franciacorta è ancora oggi un territorio con dei limiti per quanto riguarda la migliore vocazione spumantistica. Tuttavia, ci sono delle aziende, come Il Mosnel, Uberti e Cavalleri, che, grazie a esposizione dei vigneti, età e conduzione agronomica di questi, abbinati al savoir-faire in cantina, riescono ad andare oltre questi limiti e proporre bottiglie veramente di alto livello. Poi c’è Ca’ del Bosco, che fa storia a sé. Ogni bottiglia della cantina di Erbusco, nata dal genio di Maurizio Zanella, non solo supera di slancio i suddetti limiti, ma vanta una personalità unica e molto ben definita. Fermo restando che i Franciacorta Ca’ del Bosco potrebbero pure non piacere a tutti, ma qui, come detto in tante altre occasioni, entriamo nel personale…

Alberto Lupetti

A 23 anni dal riconoscimento della DOCG (1995) e dopo aver portato una zona da vinicola rurale alla più fiorente enclave italiana produttrice di bollicine di successo, la Franciacorta conserva ancora oggi lo stesso spirito vivace e innovativo di sempre. Nonostante la folgorante affermazione sul mercato, è rimasta una Denominazione capace di osare e innalzare quelli che rimangono i parametri fondamentali nella realizzazione di un grande vino: piacere, coerenza e personalità. Tutto questo grazie a vigneti ormai prossimi all’ideale maturità produttiva, basi elaborate valorizzando i caratteri più vicini al terroir franciacortino e non champenoise – quindi purezza di frutto e non acidità prorompenti – e a uomini visionari e coraggiosi come Maurizio Zanella.

Maurizio Zanella
Maurizio Zanella, patròn di Ca’ del Bosco. Personaggio geniale, eclettico, lontano da ogni compromesso nel lavoro e nella vita. Un orgoglio del vino italiano.

Fu lui che, giovanissimo, volle alla guida tecnica del suo progetto un enologo di Epernay, tale André Dubois, per dimostrare a tutti che la Franciacorta possedeva quel potenziale capace di produrre spumanti ad altissimo profilo, certo che il territorio non avrebbe deluso le sue aspettative. Il buon esito fu presto sotto gli occhi di tutti, nonostante il diffuso clima di leggerezza e scetticismo che, ancora oggi, relega la Franciacorta a terroir di secondo piano costruito ad arte da industriali facoltosi. Una zona spesso giudicata con superficialità, dunque, nonché con scarsa consapevolezza da parte di chi, probabilmente, non si è nemmeno mai preso l’impegno di andare ad approfondire meglio questo territorio. Che è sfaccettato, antico, dai suoli indiscutibilmente vocati e con un’altitudine di vigneti che nulla ha da invidiare ad altre regioni italiane celebri per la produzione delle migliori bollicine. Certamente la crescita negli ultimi 10 anni è stata esponenziale e, oggi, non tutte le zone attualmente coltivate a vigneto sono egualmente vocate, risentendo così di condizioni pedoclimatiche un po’ forzate quando si parla di spumantizzazione. Ma, d’altro canto, quale altra zona vinicola mondiale di successo non soffre di problemi simili?

Così, il crescente apprezzamento dei Franciacorta che dall’Italia si è esteso al resto del mondo, è confermato non solo dall’incremento costante delle vendite, ma anche dalla crescita degli ettari di terreno rivendicati come DOCG. Proprio Ca’ del Bosco, alla luce di questi dati, ha previsto un ampliamento dell’export nei prossimi anni e, per non andare a discapito della quota Italia (né scendere a compromessi sul piano qalitativo), già a partire dal 2015 ha deciso di ampliare la produzione, acquistando altri 29 ettari in punti diversi della Denominazione, preferendo diversificare con vigneti circondati da boschi e con un’altezza sul livello sul mare mai inferiore ai 250 metri. In proposito, sorprende osservare questa Denominazione dall’alto, in elicottero: si vede in modo chiaro la conformazione dei due anfiteatri morenici formatisi all’epoca delle glaciazioni, così come le diverse aree di produzione. I vigneti di Cà del Bosco, in questo spettacolare scenario, spiccano per altitudine e posizione. Risulta evidente quanto possa essere faticoso e lungo il percorso per raggiungere via terra questi appezzamenti: è il prezzo da pagare per disporre di posizioni davvero ineguagliabili, veri e propri ‘Grand Cru’. Dal 2019, inoltre, circa 230 ettari della proprietà saranno certificati in biologico, nonostante i loro vigneti siano condotti seguendo questi criteri ormai da anni: “ciò non significa necessariamente che i vini saranno più buoni. Noi crediamo, semplicemente, che fra 100 anni i nostri suoli saranno meno contaminati di altri e quindi avranno una prospettiva di vita lunga”, puntualizza Maurizio Zanella.

Plastico della Franciacorta
Plastico della Franciacorta: in fondo si nota il lago d’Iseo, così come, fluorescenti gialli e arancione, i vigneti di Ca’ del Bosco. I pallini in basso rappresentano il limite della DOCG.
Sottosuolo Franciacorta
Il tipico sottosuolo morenico della Franciacorta, lasciato a vista in un corridoio delle cantine di Ca’ del Bosco.

Ma Ca’ del Bosco non si ferma qui. In cantina sono in corso massicci lavori di ampliamento, sempre alla ricerca di una maggiore qualità: dalla prossima vendemmia sarà tutto automatizzato, dal ricevimento uve fino alla pressatura. Verranno installate nuove linee per il lavaggio dell’uva, quasi un’unicità e sicuramente un valore aggiunto, insieme alla limitatissima percentuale di solfiti aggiunti e alla speciale macchina tappatrice da brevettata dall’abile Stefano Capelli, chef de cave dell’azienda da ben 32 anni. Dal punto di vista agronomico è stata selezionata una vigna di proprietà degli anni ‘70 dalla quale, con un’attenta selezione massale, sono state preservate le viti migliori al fine di possedere materiale genetico per i prossimi impianti. Si è escluso il Pinot Bianco (7%), le viti affette da virosi, così come qualche pianta di Chardonnay aromatico, arrivando a una quantità finale di 500 ceppi. Lo scopo è ottenere una selezione originaria e unica che possa caratterizzare i vini della Ca’ del Bosco nel futuro.

Stefano Capelli e Maurizio Zanella
Stefano Capelli, chef de cave di Ca’ de Bosco. È l’ideale complemento del fondatore: preciso, rigoroso, studioso, preparatissimo.

Conosciamo i limiti della Franciacorta, ma siamo sempre più convinti della presenza di aziende che lavorano molto bene in vigna e in cantina in grado di andare oltre queste barriere climatiche e produrre vini di ottima qualità. Fermo restando che paragonare i Franciacorta agli Champagne – o la Franciacorta alla Champagne – come qualcuno si ostina puntualmente a fare, è una sciocchezza: storia e soprattutto territori sono profondamente diversi. Non dimenticatelo.

Infine, c’è Ca’ del Bosco. Le dimensioni e i numeri sono importanti e in futuro lo saranno ancora di più, la tecnologia in cantina è ormai a livelli quasi maniacali… il rischio di fraintendimento critico è elevato, troppo facile aspettarsi vini tecnici, omologati. Tuttavia, la degustazione, scevra da ogni pregiudizio, ci ha proposto vini profumati, puliti, succosi, dinamici e organoletticamente ineccepibili. Una tecnologia, quindi, finalizzata a un vino ricco e sempre più ‘naturale’ (le virgolette sono d’obbligo, il naturale si riferisce al naturalmente tale, non certo a ossessioni bio…), continuamente alla ricerca di metodi per ottenere un gusto inimitabile e il più possibile lontano da ogni artefazione.

Mathusalem di Cuvée Prestige Ca' del Bosco
Mathusalem di Cuvée Prestige mentre riposano sui lieviti in una nicchia della celebre cupola.

Il biglietto da visita di Ca’ del Bosco, il suo brut sans année per dirla alla champenoise, è la Cuvée Prestige, creata nel 2007 da un sempre entusiasta Maurizio Zanella nel consueto scetticismo generale. Ebbene, questo Franciacorta ha nel tempo dimostrato di essere uno spumante fatto per piacere a un numero di persone il più elevato possibile, ecumenico, e in questo l’azienda ha indubbiamente avuto successo: il numero delle vendite e l’apprezzamento da parte del grande pubblico parlano da soli. È altrettanto normale che i palati più esigenti lo possano trovare un po’ troppo morbido, quasi tendente al dolce, qualcuno potrebbe asserire perfino “senz’anima”, tuttavia, per toglierci ogni dubbio, abbiamo chiesto a Stefano Capelli, che ci aveva riservato una degustazione particolarmente ricca e articolata, di assaggiare anche diverse ‘annate’ di Cuvée Prestige, anche sboccate à la volée, quindi senza l’aggiunta di dosaggio… Beh, la sorpresa è stata grande. Va ricordato che la Cuvée Prestige nasce dai vini di oltre 130 parcelle, vinificate separatamente in acciaio ed ivi elevati per sette mesi, poi assemblati tra loro con maestria e corroborati da almeno il 20% di vini di riserva. Dopo il tiraggio (diretto fino al formato mathusalem), il Franciacorta riposa almeno 25 mesi sui lieviti, prima della sboccatura e del dosaggio tra i 3 e i 4 g/l a seconda dell’annata. Da notare che, essendo la bottiglia trasparente, dopo l’etichettatura è rivestita con una pellicola che la protegge dai raggi UVA e questa operazione avviene totalmente a mano, bottiglia per bottiglia!

Momento prima della sboccata
Bottiglia di Ca’ del Bosco subito prima della sboccatura: notare il ghiacciolo che contiene i lieviti esausti.

Ca' del Bosco 

Cuvée Prestige

Chardonnay 75%, Pinot Bianco 7%, Pinot Nero 18%
Assemblaggio 2015 (34%), 2014 (33%), 2013 (33%); maturazione sui lieviti: 18 mesi; dosaggio 3,5 g/l
Annata: precoce; calda al limite del torrido
Al naso spicca immediatamente la cremosità, la grassezza della frutta secca, la caramella mou, lo zafferano e un agrume maturo. È un naso pieno e generoso. In bocca, tuttavia, lo sviluppo è leggermente scomposto, ancora contratto, le componenti sono slegate tra di loro nonostante non emergano note o sfumature sgradevoli. Il dosaggio rende il sorso sicuramente morbido, opulento, ma ne rende anche difficile l’espressione, lasciando la freschezza come imprigionata nella liqueur, così come il finale, che non riesce a decollare.
Voto: 85/100

Chardonnay 78%, Pinot Bianco 7%, Pinot Nero 15%
Assemblaggio 2014 (77%) 2013 (15%) 2012 (8%); maturazione sui lieviti: 2 anni e 6 mesi; dosaggio 4 g/l
Annata: fredda; irregolare con estate fredda e piovosa.
Naso di frutto maturo, agrumi canditi, nocciola e spezie. Bella l’intensità d’aroma, la fittezza dei profumi. Al palato appare meno ‘ingombrante’ del precedente, più filiforme, dinamico, finanche più nervoso, ampio. Risulta però un po’ spoglio, quasi diluito al centro bocca; qui si legge indubbiamente l’annata, difficoltosa.
Voto: 86/100

Chardonnay 79%, Pinot Bianco 5%, Pinot Nero 16%
Assemblaggio 2013 (70%) 2012 (15%) 2011 (8%), 2010 (7%); maturazione sui lieviti: 3 anni e 6 mesi; sboccato à la volée al momento
Annata: fredda; tardiva, tipica degli anni ‘89-90
Naso interessante, nitido anche se piuttosto unidimensionale nella proposta: limone candito, burro e nocciola. Al sorso è teso, libero, scorrevole nello sviluppo, espressivo. Bella l’integrazione delle componenti e la tempra della struttura, l’assenza di dosaggio infine esalta l’espressività e la succosità del centro bocca. Appagante.
Voto: 88/100

Chardonnay 75%, Pinot Bianco 10%, Pinot Nero 15%
Assemblaggio 2009 (65%) 2008 (15%) 2007 (10%), 2006 (10%); maturazione sui lieviti: 7 anni e 6 mesi; sboccato à la volée al momento
Annata: equilibrata; all’insegna della regolarità, con un finale d’estate decisamente caldo
Olfatto sostanzioso e compatto, di frutto maturo, albicocca, agrumi e spezie fino alla polvere di caffè con l’evoluzione nel calice. Al palato possiede una statura gustativa densa, una bella integrazione tra le sensazioni agrumate, sapide e tattili, è ben emulsionato e capace di un allungo deciso. Carbonica raffinata. Ottimo.
Voto: 90/100

Chardonnay 78%, Pinot Bianco 7%, Pinot Nero 15%
Assemblaggio 2007 (72%) 2006 (15%) 2005 (8%), 2004 (5%); maturazione sui lieviti: 9 anni e 6 mesi; sboccato à la volée al momento
Annata: calda; precoce e dall’estate calda e arida, rinfrescata sul finale
Naso ricco e intenso, finanche pungente. Note di limone candito, pesca, cedro, guscio di nocciola e, con l’attesa nel calice, sensazioni di torrefazione, caffè. L’attacco al palato è fresco, omogenea la distribuzione al palato, lo sviluppo è ampio, espressivo, con una bella integrazione delle componenti, equilibrato e con una carbonica cremosa, puntiforme. Finale che non manca di slancio e freschezza e persistente. L’esaltazione di questa etichetta.
Voto: 91/100

(ha collaborato alla degustazione Alberto Lupetti)

Degustazione Ca' del Bosco

Ciò che è emerge da questa degustazione, è la solida coerenza stilistica che, da sempre, caratterizza questo Franciacorta. L’annata, di millesimo in millesimo, si avverte in modo sfumato, al punto che quasi non influenza il palato, il che esalta la regolarità dell’assemblaggio, finalizzato al massimo rispetto dell’identità dell’etichetta. È invece onnipresente questo gusto fruttato, morbido, tipico della Cuvée Prestige, solare, immediata, poco celebrale e che il grande pubblico, probabilmente, sceglie proprio per questo…

La prima puntata si conclude qui. Nella prossima conosceremo altri dettagli di Ca’ de Bosco e assaggeremo alcune annate del Franciacorta di riferimento, la Annamaria Clementi.

www.cadelbosco.com

14 commenti su “Ca’ del Bosco: un altro pianeta!”

  1. Lunga maturazione e niente dosaggio sembrano far bene al vino, temo però che non ci siano possibilità di veder ridotto o azzerato il dosaggio della Cuveé Prestige regolarmente in vendita, o sbaglio?

    1. Ovviamente è la stessa domanda che abbiamo posto noi ma, come prevedibile, è il pubblico a chiedere la Cuvée Prestige con quello stile.
      Auspichiamo, in futuro, che anche una versione della Cuvée Prestige (Collection?) con dosaggio ridotto o addirtittura azzerato possa essere proposta per noi appassionati…. chissà!

    2. La forza della Cuvée Prestige, la chiave del suo successo presso un pubblico eccezionalmente ampia, è proprio il suo essere così. Quindi non credo proprio cambierà.
      Però sarebbe auspicabile (e possibile…) una versione ‘collection’, priva di dosaggio e tenuta più a lungo sui lieviti. Chissà…

  2. Buonasera Alberto e Vania.
    Non è la prima volta che si parla di Franciacorta e non si discute la qualità di Ca del bosco, azienda per la quale non si può che condividere quanto da voi scritto.
    Vi chiedo se ci sia un motivo particolare per il quale pur avendo citato in diverse occasioni altri produttori franciacortini come Cavalleri, Uberti, Mosnel etc non avete mai fatto riferimento ad (secondo me) un grande protagonista di questo territorio, e mi riferisco a Bellavista.
    Non può essere che non abbiate mai assaggiato un vino di questo produttore, senza citare il celebre Vittorio Moretti che credo possa competere con Annamaria Clementi.
    Voi che dite?
    Se siete stati nella splendida sede di Ca del bosco, avrete notato che poco oltre, giusto dietro l’albereta c’è l’ azienda Bellavista.
    La mia è semplice curiosità ovviamente, nessuna nota polemica ben inteso.
    Sempre complimenti.
    Gabriele

    1. Domanda legittima. Per quanto ritenga Mattia Vezzola un enologo di eccezionale valore, un grande chef de cave italiano, poi non sono mai stato personalmente convinto dai vini di Bellavista. Neanche dalla top cuvée Vittorio Moretti.
      Tutto qua, semplicemente.
      Vediamo cosa dice Vania, ma credo proprio la pensi come me…

  3. La penso come Alberto tuttavia confesso che è da davvero tanto tempo che non lo assaggio ; rimedierò appena possibile, se non altro per aggiornarmi.
    Ci sarà presto occasione, in Emilia Romagna non c’è bar, o Ristorante, che non abbia Bellavista….

  4. Buonasera, posso dire di essere uno di quegli appassionati che si è “preso l’impegno di andare ad approfondire meglio questo territorio”: la prima volta che sono stato in Franciacorta a degustare spumanti il Prestige non esisteva ancora ed ero presente al Festival, che allora si teneva nella bellissima cornice di Villa Lechi, quando l’affascinante bottiglia trasparente di Cà del Bosco è stata presentata per la prima volta al pubblico.
    Ebbene, la mia modesta opinione è che il Prestige sia esclusivamente una (riuscitissima) operazione di marketing, con un rapporto qualità/ prezzo assolutamente sproporzionato e una ruffianeria senza pari. Personalmente, se penso a Cà del Bosco, l’unica etichetta emozionante che ricordo è il Dosage Zero, uno spumante che ho sempre amato ma che purtroppo con il trascorrere degli anni ha visto impennarsi il suo prezzo, arrivando a costare praticamente quanto un base di Jacquesson (e allora si può facilmente capire che il dubbio su come investire quei soldi neanche si ponga…).
    Negli ultimi 15 anni ho assaggiato decine di etichette di Franciacorta e, pur pensando come voi che i paragoni con lo Champagne – ma anche con il Trento doc, per rimanere in Italia – non stanno nè in cielo nè in terra, credo ci siano prodotti che meritano di essere acquistati: Cavalleri (citato anche da voi nell’articolo), Facco!i e San Cristoforo su tutti.
    Il problema del Franciacorta è che il proliferare di cantine e quindi di bottiglie farà sicuramente bene alle tasche degli imprenditori bresciani, ma non alla denominazione: chi è attento alle dinamiche dello spumante si sta chiedendo da anni come sia possibile produrre 20 milioni di bottiglie l’anno in un territorio di quelle dimensioni e trovare sugli scaffali della GDO bottiglie con la fascetta docg Franciacorta a meno di 10 euro.
    Sarò un inguaribile romantico, ma credo che chi pensa innanzitutto al business raramente riesca a fare anche qualità. Soprattutto quando si parla di vino…

    1. Che dire? Analisi impeccabile. Ai nomi Franciacortini ‘seri’, però, aggiungerei Il Mosnel e Uberti, mentre su Ca’ de Bosco è stato un po’ troppo duro.
      Ha ragione sui prezzi e sul marketing un po’ spinto (ma il Prestige senza dosaggio è stato una sorpresa…), però è il risultato dell’ingresso nel capitale aziendale di di Santa Margherita, che ha voluto una linea di condotta più ‘concreta’ e meno legata al genio di Zanella, che comunque non manca di dire la sua in Ca’ del Bosco.
      Però, vorrei smentire la sua ultima frase: come la mettiamo con le maison del gruppo LVMH? Dom Pérignon in primis…

      1. Buonasera Alberto,
        intanto la ringrazio per avermi letto e risposto.
        Io credo che quando si apre una bottiglia di spumante o di Champagne di livello medio-alto o alto si vada a ricercare soprattutto una cosa: l’emozione. Ci sono bottiglie che si ricordano per anni e altre che si dimenticano mezz’ora dopo averle bevute. Ovvio che l’emozione è forse il concetto più personale che esista, quindi non esistono giudizi giusti o sbagliati, ma sarei curioso di sapere quanti appassionati (parlo di gente che conosce i fondamenti della materia e ha il palato sufficientemente “allenato”) giudicano una bottiglia di Prestige indimenticabile. E poi, per noi comuni mortali, quando si vuole stappare non si può prescindere dalla variabile prezzo. Ci sarebbero molti esempi da fare, mi limito ai più immediati senza scomodare “chicche” difficilmente reperibili: alla stessa cifra – anzi, anche meno! – posso bere un Perlè di Ferrari (a proposito di quantità che può far rima con qualità) e spendendo poco più della metà mi metto in cantina un Nature di Monsupello. Certo, esteticamente la bottiglia sul tavolo non farà lo stesso effetto…ma vogliamo paragonare i contenuti? A mio avviso il confronto è impietoso.
        Lei cita Dom Perignon, un monumento, che però costa oltre 100 euro a bottiglia e per me è un vino da grandi occasioni. Un paio d’anni fa ne ho bevuta una bottiglia sboccata da pochi mesi e l’emozione non è stata all’altezza delle aspettative. Allora ne ho messa un’altra bottiglia in cantina e aspetto… Ricordo invece ancora adesso una Grande annèe 2004 di Bollinger bevuta a 3 anni dalla sboccatura e un paio di bottiglie di Giulio Ferrari, anch’esse fatte riposare almeno 2 anni. So!di assolutamente ben spesi.

        1. Beh Luca, concordo a tal punto con i Suoi interventi che potrei averli scritti io!
          Sul Prestige di Ca’ del Bosco non mi esprimo perchè sarei ben più severo del Suo giudizio.
          Concordo con Lei che l’unica etichetta davvero valida, a mio avviso, è il Dosage Zero. Ne ho bevute un paio di magnum del 2009 qualche mese fa (acquistate in precedenza ad un prezzo più che ragionevole) ed erano semplicemente meravigliose ed emozionanti.
          Al Franciacorta, che generalmente (salvo qualche rarissima eccezione) non mi emoziona affatto, pur avendo ben frequentato la zona e le sue cantine e ritenendola, per contro, un posto bellissimo, preferisco le bollicine trentine e dell’Alta Langa.
          Concordo anche nel valutare il Ferrari Perlè, forse, la bollicina con il miglior rapporto qualità/prezzo in Italia; oltre al fatto che invecchia magnificamente.
          Ciò detto, senza voler fare paragoni e pur essendo Italiano, non posso che ammettere che le bollicine della Champagne non le fa nessun’altro ed il rapporto qualità/prezzo che spesso hanno, non si può, ad oggi, minimamente avvicinare ad altre bollicine esistenti.
          Forse il mio è un giudizio (personale) un po’ diretto e crudo ma, a mio avviso, è la verità ed è inutile girarci intorno.

        2. Ringraziarmi? È un piacere, accidenti!
          Il discorso si fa interessante, ma richiederebbe pagine e pagine… Ha ragione sull’emozione, anche se la trovo una sorta di secondo gradino. Voglio dire, un vino prima deve dare piacere e poi, magari, anche emozionare. Allora è veramente una bottiglia memorabile. Che si ricorda. Appunto.
          Molto rapidamente. Ca’ del Bosco: nei millesimati ha uno stile veramente interessante che va oltre la Franciacorta, a mio avviso, e dopo alcuni anni… beh, fanno alzare il sopracciglio. Ma non è champagne, beninteso. La Prestige? Per stessa ammissione dei vertici di Ca’ del Bosco, è una bollicine fatta per piacere al grande pubblico e non punta certo agli appassionati (che, comunque, ne apprezzeranno la fattura tecnica ineccepibile): visto il successo che questo grande pubblico tributa alla Prestige, hanno ragione in Ca’ del Bosco e fanno bene a cavalcare il successo. Giusto?
          Dom Pérignon? Quale annata era?
          La Grande Année 2004: annata di piacere e grande champagne, il risultato non può che essere… emozionante. E tra qualche anno l’R.D. 2004 saprà ovviamente fare di meglio. Ma, senza arrivare all’R.D., provi LGA 2007…
          Spero di averle risposto in maniera soddisfacente.
          Saluti

  5. Grazie Antonio, è sempre bello condividere idee con altri “malati” di bollicine.
    Purtroppo in Italia fenomeni paranormali come il Cartizze (quante bottiglie ci sono sul mercato? Eppure dovrebbe essere i! frutto di una sola collina a Santo Stefano di Valdobbiadene!) e il Franciacorta non contribuiscono certo, in termini di qualità e di immagine, a colmare quell’innegabile “gap” dai cugini francesi che lei giustamente sottolinea nel finale del suo intervento.
    Avendone la possibilità, champagne tutta la vita. Jacquesson, Philipponat, Bollinger, Roederer sono maison che già con i loro base – a costi accessibili – ti fanno fare un “viaggio”. Figuriamoci con i millesimi. Se poi si avesse la possibilità di fare una gita di persona in Champagne, il rapporto qualità/prezzo – acquistando direttamente in cantina – diventa davvero imbattibile, soprattutto se si ha il tempo di andare a scovare gli RM (anche se, come sappiamo, le piccole cantine non esprimono tutti gli anni lo stesso live!lo qualitativo).
    Riconosciuta senza riserve la superiorità dei francesi, per chiudere vorrei però spezzare una lancia per il Belpaese: personalmente preferisco sempre scoprire delle “chicche” in Italia piuttosto che bere un base di Mumm, Moet o Clicquot (esempi di come anche Sua Maestà lo champagne può non emozionare). Consiglio per esempio a chi non l’avesse ancora fatto di provare gli spumanti dell’Etna, terroir con caratteristiche uniche che si ritrovano nel bicchiere; o quelli dell’Alto Adige, che non hanno nulla da indiviare ai “fratelli” trentini ed anzi – per chi ama le bollicine complesse e strutturate – possono risultare addirittura più appaganti.

    1. Però, agli ultimi tiraggi dei non millesimati di Mumm e Veuve Clicquot deve riconoscere una progressione qualitativa notevole. Come ho detto prima, non parliamo di emozione, am di piacere sì. A patto che lo stila sia compatibile con il gusto personale del singolo…
      Poi, per carità, l’Olimpo dei sans année è popolato da altre etichette.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *