Ca’ del Bosco, tra (belle) conferme e (non meno belle) sorprese

cantine Ca' del Bosco

Andare in visita alla Ca’ del Bosco a Erbusco è una bellissima esperienza che si rinnova ogni volta. L’energia e l’ottimismo che respiri in questo luogo sono, probabilmente, nientedimeno che il riflesso del temperamento di quell’uomo che qui è cresciuto e vissuto, consacrandone lo spirito per sempre: Maurizio Zanella. Grande protagonista del mondo del vino italiano, ormai lo conosciamo tutti: un uomo innamorato della vita, dell’arte, dei viaggi, amante della perfezione e della raffinatezza. Sempre pronto a un sorriso e a raccontare a chi lo chiede quello splendido territorio che è la Franciacorta e che lui, senza ombra di dubbio, ama visceralmente.

Maurizio Zanella
Il fondatore e presidente di Ca’ del Bosco, il mitico Maurizio Zanella, qui ritratto sorridente in una nota cantina… d’Oltralpe!

Un’azienda moderna la sua, dall’approccio sostenibile che, oltre alla qualità inconfutabile dei vini, guarda al futuro del territorio e degli uomini che verranno. Un’azienda che si muove strenuamente su una strada proiettata al futuro, soprattutto una firma eccellente e una garanzia di qualità costante. Consiglio vivamente a chiunque una visita alla Ca’ del Bosco, anche perché ridimensionerà immediatamente i vari pregiudizi che, in un Paese come l’Italia, non mancano mai, soprattutto quando si parla di nomi importanti e di successo. L’eccellenza non può mai essere affidata al caso e Ca’ del Bosco ne è la dimostrazione. Ebbene, vi sono tornata in occasione di una degustazione organizzata insieme agli amici di Onav Monza, accompagnati nella visita all’ormai storico chef de cave Stefano Capelli, che ci ha mostrato la nuova e futuristica cantina che dovrebbe essere pronta per il taglio del nastro in occasione della vendemmia di quest’anno. Stefano è stato letteralmente travolto dalle domande, i corsisti Onav erano davvero molto preparati ma soprattutto stimolati, evidentemente, dallo spirito entusiasta e avanguardistico di questo chef de cave, alla guida della cantina ormai da ben 33 anni!

Stefano Capelli
Lo chef de cave di Ca’ del Bosco, Stefano Capelli, che ha raccolto 33 anni or sono il testimone dal suo predecessore André Dubois.

Siamo infine passati alla degustazione, incentrata su diverse annate di Annamaria Clementi, due di Dosage Zéro Noir e, tra i vini fermi, il loro Chardonnay, vino incredibile, dall’impostazione che rimanda immediatamente alle migliori espressioni della Borgogna e tuttavia ancora così poco conosciuto. Infine, non poteva mancare il rinomato taglio bordolese Maurizio Zanella, che recentemente ho avuto modo di assaggiare nell’annata 1988 addirittura in terra di Francia (è in carta a Les Crayères) e che ricordo come una delle più belle bevute in fatto di rossi di questi ultimi anni.

Bottiglia degustazione Ca' del Bosco
La splendida degustazione riservata al nostro gruppo in occasione della visita: una vera e propria panoramica sull’eccellenza di Ca’ del Bosco.

Inutile dire quanto l’Annamaria Clementi non smetta mai di stupirci, per eleganza, potenza, precisione stilistica ma, soprattutto, potere evolutivo. Un vero highlander a cui il tempo dona ricchezza, profondità, piacevolezza. Stavolta però, la bottiglia che ci ha letteralmente lasciato a bocca aperta è un’altra: il Dosage Zéro Noir 2005. 

Si tratta di un Pinot Nero in purezza proveniente da un vigneto acquistato nel 1988, nato da un desiderio di Stefano Capelli. Era il 1980, infatti, quando Zanella e l’allora chef de cave, André Dubois, crearono un blanc de noirs millesimato, il Brut di Pinot Noir, che vide poi il mercato nel 1997. Nel tempo, la produzione di questo Franciacorta venne abbandonata, rimanendo però nel cuore di Stefano, colui che ha poi raccolto il testimone proprio da Dubois. Visto il risultato, credo che oggi possa essere più che orgoglioso di aver riportato in vita questa bottiglia. Le uve di questo Franciacorta provengono da un vigneto particolare e fino a pochi anni or sono difficile da raggiungere persino in auto, svettante a ben 466 m slm e pertanto tra i più alti in assoluto della Denominazione. In cima alla tenuta, si può ammirare in tutto il suo splendore il Lago d’Iseo e, proprio per questo, gli è stato dato il nome Belvedere. È stato piantato nel 1991, i suoi 4,5 ettari si estendono in parte su suolo morenico, tendenzialmente precocizzante (2 ha) e per il resto su un suolo più profondo a matrice argillosa favorevole alla conservazione dell’acidità e allo sviluppo di aromi più fini e floreali. Vista la diversa vocazione, vennero messi a dimora il Pinot Noir in tre parcelle sul prima parte e lo Chardonnay sulla seconda. Interamente circondato da boschi di castagno, quercia e carpino, di fatto rimane isolato, incontaminato, proprio per questo non necessita praticamente di trattamenti. Sono stati scelti cloni tra i più qualitativi dell’epoca, cioè 114, 115 e 777, mentre la forma di allevamento adottata oggi è il Guyot. In vigna si applica l’inerbimento permanente con concimazione esclusivamente organica; inoltre, grazie alla condizione di separazione rispetto agli altri vigneti e all’altezza delle colline su cui il vigneto è situato, sin dai primi anni la difesa antiparassitaria dell’impianto è stata gestita applicando soluzioni innovative e a basso impatto ambientale. Gli impianti seguono da anni il protocollo biologico.

Mappa vigneti Belvedere
Il Dosage Zéro Noir nasce in un vigneto particolare, molto alto e affacciato sul lago.

Come di consueto alla Ca’ del Bosco, ogni fase della produzione del Dosage Zéro Noir viene eseguita nel massimo rigore: le uve sono raccolte a mano e ogni grappolo viene accuratamente raffreddato e selezionato in cantina. Segue una pressatura a bassa pressione e i mosti, in seguito, fermentano in piccole botti di rovere con ulteriori mesi di affinamento in acciaio, a seconda delle annate. I singoli vini base provenienti dai tre diversi vigneti d’origine, infine, vengono assemblati e dopo il tiraggio serviranno almeno 8 anni di affinamento sui lieviti affinché il Pinot Nero raggiunga la sua massima espressione qualitativa e quel suo caratteristico profilo aromatico che lo rende unico. Il dégorgement avviene in assenza d’ossigeno, grazie un sistema unico al mondo, ideato e brevettato proprio da Stefano Capelli. Nessuna liqueur d’expedition aggiunta e, nel caso di questo esemplare del 2005, degorgement del 2014, lo stesso del debutto, ma in quasi cinque anni le cose sono cambiate… eccome!

L’annata 2005

Primavera tardiva, caratterizzata da frequenti sbalzi di temperatura, con un mese di Maggio che ha dato qualche ritardato colpo di freddo invernale. A giugno, caldo estivo, poi, a Luglio, diversi temporali. Un’estate nel complesso fresca, quasi fredda, con un Agosto caratterizzato da notevoli escursioni termiche. La raccolta del Pinot Nero è iniziata il 23 Agosto, con una vendemmia caratterizzata da diversi temporali che hanno messo sotto pressione le piante. Raccolte in fretta le uve migliori, si è dovuto ricorrere a grandi lavori manuali di cernita, sia in vigna che in cantina, per concludere la vendemmia nel migliore dei modi.

Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2005

Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2005100% Pinot Noir
Brillante e luminoso, dai riflessi dorati, già al calice si fa notare per autorevolezza. Ma è l’olfatto il vero capolavoro: caffè, nocciola, pasticceria, accenni tostati, cioccolato bianco, nonché resine, eucalipto, note iodate e di grafite. Infine, pure il tabacco. Un naso incredibile, che evolve continuamente, e che anche dopo diverso tempo te lo ritrovi, ancora più fervido e intenso. Il palato è avvolgente, pieno, ma con lo sviluppo è la freschezza a prendere il sopravvento. Ben modellato e levigato, il sorso, inoltre, è ampio, dalla bollicina finissima, puntiforme, dalla carbonica che solleva e muove. Un palato tonico, solido e saporito, dove il protagonista tuttavia rimane il frutto, in questo caso l’agrume scuro, ancora perfettamente integro, puro. Coinvolgente e sensuale, regala infine un finale dalla sapidità rocciosa e si fa succoso fino alla lunga chiusura. Capolavoro, da bere ora a tavola o addirittura a fine serata con un sigaro.
Voto: 93/100 

Degustazione
L’autrice dell’articolo con Daniela Guiducci, docente e consigliera nazionale Onav, durante la degustazione.

www.cadelbosco.com

5 commenti su “Ca’ del Bosco, tra (belle) conferme e (non meno belle) sorprese”

  1. Ciao Vania,
    è sempre un bellissimo piacere leggere di bollicine italiane ed è sempre molto piacevole sentirle raccontare da te. Apprezzo molto il tuo modo di scrivere e la precisione che hai nelle degustazioni. Tanti complimenti!
    Se posso vorrei farti qualche domanda.
    A mio parere credo che complessivamente con questo Dosage Zero Noir 2005 siamo molto vicini al vertice delle bollicine italiane. In questo momento, parlando proprio di bottiglia e non di cantina, quali secondo te sono le migliori bollicine italiane? E in che ordine le metteresti?
    Grazie e tanti complimenti nuovamente
    Saluti da Reggio Emilia
    Elia

    1. Ciao Elia, grazie per le belle parole!
      Hai ragione, qui siamo davvero vicini all’eccellenza ed è sempre straordinario quando le bottiglie riescono a sorprenderci così. Ma è proprio questa la magia del vino, altrimenti non saremmo sempre qui a parlarne ore, no?
      Per la “classifica” che mi chiedi… sai che mi hai dato un’idea? Appena avrò un attimo ne scriverò un articolo, credo sia giunto il momento. Certo, mancano all’appello forse ancora alcuni assaggi, ma ormai direi di avere, in merito, le idee abbastanza chiare.
      A presto, quindi!

      1. Vero, verissimo! Incredibile quanto il vino possa essere affascinante e quanto riesca a far emozionare, forse ci si pensa poco, ma è una cosa assolutamente incredibile.
        Beh, un articolo dedicato? Che dire… non posso che ringraziarti.
        Credo possa essere molto apprezzato da tutti gli appassionati ed essere davvero un punto di riferimento.
        Infine avrei una domanda, che cosa ne pensi degli spumanti di Coppo?
        Grazie mille per tutto
        A presto!

  2. Ogni volta che leggo un vostro articolo su Ca’ del Bosco non resisto, devo scrivere un commento. E’ che mi suona davvero strano sentir magnificare i vini di questa cantina da chi è abituato a bere i migliori champagne del mondo. Scusate se torno su un argomento che ho già trattato in precedenti commenti, ma dal quale secondo me non può prescindere l’appassionato-consumatore (che ahimè è una categoria diversa dall’appassionato-giornalista): il rapporto qualità/prezzo.
    Ca’del Bosco fa gran parte del suo fatturato con il fenomeno Prestige, una bottiglia che costa un 15% in più rispetto a un Ferrari Perlè o – volendo fare un confronto sullo stesso territorio – a un blanc de blanc di Cavalleri: de gustibus non disputandum est, per carità, ma chi ha il palato allenato capisce al primo calice che i conti non tornano.
    Detto questo, sono d’accordo con voi quando scrivete che i Dosage Zero di Ca’ del Bosco sono prodotti molto validi, ma la domanda sorge spontanea: perchè dovrei spendere 75 euro per un Dosage Zero Noir 2009 quando spendendo meno posso bere un millesimo 2011 di Roederer, spendendo uguale compro Giulio Ferrari e spendendo poco di più mi metto in cantina un Jacquesson 736 D.T.? Forse perchè il packaging di Ca’ del Bosco è più “figo” delle altre 3 cantine che ho menzionato?
    Credo sia un argomento interessante, che magari si può collegare alla stesura delle classifiche di cui si è parlato in altri commenti. Ragionare in valore assoluto è sempre pericoloso, in tutti i campi; farlo in ottica di rapporto qualità/prezzo potrebbe risultare più corretto.

    1. Buongiorno Luca,
      Perché dovrebbe spendere 75 euro per un Ca’ del Bosco Dosage Zero Noir 2005? Ma semplicemente perché è come l’ho descritto, straordinario. Il vero problema è che si trova difficilmente, ormai 🙂 Ricordo anche di un AMC 2004 che, in una giuria di esperti, alla cieca, venne più apprezzato di altri importanti e autorevoli Champagne . Questo per dire che bisognerebbe spogliarsi di ogni pregiudizio, di fronte a una bottiglia, sia nell’uno che nell’altro senso. Aggiungo inoltre che lo scopo della nostra pubblicazione non è quello di fare un confronto in cifre, ma di portare all’attenzione delle persone le eccellenze, anche quelle italiane, perché no?
      In ultimo, a onor del vero, io trovo l’etichetta (o il packaging) di Jacquesson la più ”figa” di tutte.
      Spero di avere risposto ai suoi dubbi, nel frattempo, grazie per leggerci e per il confronto, per noi sempre prezioso 🙂
      Vania

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