Il Grand Vintage 2012 di Moët segna un punto di svolta…

champagne Moët & Chandon 2012

Rinomate, famose, storiche. Le grandi maison godono, da sempre, di conclamata notorietà, capaci, con i loro sans année, di conquistare il pubblico più ampio. Prodotti ecumenici, impeccabili, appaganti… ma per noi appassionati, un po’ in debito di personalità, di anima. Quello che purtroppo ancora in troppo pochi sanno è che le Grandes Marques, anche le più capillari nella diffusione sui mercati, sono capaci di offrire al consumatore millesimati prodigiosi, interpreti e testimoni di periodi così lontani da mettere i brividi, vere e proprie pagine di storia, che sanno emozionarci e donare qualcosa d’indefinibile, quasi magico a quel vino incredibile che è lo Champagne. 

L’esperienza, la dedizione in vigna ora più attenta di un tempo, il savoir faire in cantina e condizioni atmosferiche più generose verso una terra che da sempre ha dovuto lottare contro un clima esecrabile, duro, rigido, sono in grado di darci, oggi, Champagne di estrema precisione e personalità, quasi si fosse trovato definitivamente il giusto dialogo tra capricci del clima, suolo, vigna e uomo. Non stupisce quindi se il lancio di un nuovo millesimo da parte di una maison sia, per noi, un evento atteso ogni volta. Gli chef de cave, stimolati dalle continue sfide e dall’incessante fervore presente oggi in Champagne e che coinvolge tutti, piccoli e grandi, si stanno cimentando ormai in strade sempre nuove, in vigna e cantina, regalando a noi appassionati sorsi sempre più avvincenti, a volte sbalorditivi.

Möet & Chandon, con la produzione che sorpassa un decimo dell’intera Regione, è la più grande maison de Champagne ed è quella che più di tutte ha contribuito a diffondere l’immagine di esclusività e lusso dello Champagne nel mondo. Fondata a Epernay nel 1743 da Claude Möet, commerciante di vino, la maison si aggiudicò, grazie a questo leader carismatico, il titolo di fornitore ufficiale della casa reale francese, conquistando in seguito anche l’interesse di quelle di Germania, Spagna e Russia, così come il pubblico di tutta Europa. Ma il merito del suo grande successo va al nipote, Jean-Rémy Möet. Uomo di marketing, colto, brillante e che seppe avvalersi della sua solida amicizia con Napoleone. L’Imperatore era, infatti, un frequentatore così assiduo di Möet che la maison costruì per ospitarlo il sontuoso palazzo Trianon, su Avenue di Champagne, dedicato oggi al ricevimento di ospiti importanti, e fu sempre Jean-Rémy Moët a dedicargli nel 1864 la Cuvée Möet Impérial (oggi Brut Impérial). Grazie a Jean-Remy, Möet & Chandon diventò indiscutibilmente la maison più importante della Regione. E ancora oggi è così: pensate che ogni secondo, nel mondo, una persona decide di celebrare un momento importante stappando una bottiglia di Möet & Chandon.

Benoît Gouez, chef de cave di Moët & Chandon
Benoît Gouez, chef de cave di Moët & Chandon dal 2005: non si sta dimostrando soltanto il custode dello stile di una maison che vanta la bellezza di 276 anni di storia, ma pure l’illuminato interprete di questo stile. Anche a costo di scelte coraggiose.

Un’altra pagina di storia è stata scritta e si è appena tenuto il debutto ufficiale del 74° Vintage della maison, presentato dallo chef de cave Benoît Gouez.  Dal 1842, infatti, sono stati fino a ora soltanto 73 i millesimati sapientemente invecchiati ed entrati a pieno titolo a far parte della insuperabile Grand Vintage Collection di Moët. Il Grand Vintage nasce dalla selezione delle migliori uve dei vigneti di proprietà. In totale, sono oltre 1.100 ettari, di cui buona parte in 15 dei 17 villaggi Grand Cru. Per il millesimato si scelgono solitamente le vigne più vecchie, tra le quali Les Vignes de Saran, nella Côte des Blancs su un coteau nei pressi dello Château de Saran, già residenza di Jean-Rémy Moët. Fu proprio lui ad acquistare il vigneto nel 1801, al quale si aggiunse sei anni più tardi Les Champs de Romont, ai piedi della Montagne de Reims, tra Mailly e Sillery. Questa è una zona molto fredda, quindi adatta al Meunier, che qui prospera sin dal medioevo e che vedremo, giocherà un ruolo importante nell’assemblaggio di quest’ultimo Grand Vintage. Per il Pinot Noir, invece, andiamo ad Aÿ, dove il meraviglioso vigneto di Les Sarments d’Aÿ è di Moët addirittura dal 1798 e vanta un’ottimale esposizione a sud.

Vigneti Moët
I vigneti di Moët (qui siamo sul celebre Montaigu a Chouilly, all’ombra dello Château de Saran) rappresentano un vero tesoro e permettono alla maison di dare vita a millesimati d’eccezione.

Ma vediamo più da vicino il millesimo 2012 di questo Grand Vintage, che viene solo dopo il 2009, poiché non sono stati millesimati né il 2010, né il 2011. Benoît Gouez spiega che la 2010 fu un’annata difficile, troppo eterogenea e che comportò la scelta di tenere quello che rimaneva delle uve per i vins de réserve, evidentemente molto importanti. La 2011 fu invece alquanto catastrofica soprattutto a causa delle piogge abbondanti e successive alla canicule, che già aveva compromesso la maturazione dei grappoli. Le uve, secondo Benoît Gouez, non riuscirono, in quest’annata, ad arrivare a maturazione ottimale. Scelta non semplice, quindi, quella di non millesimare entrambe le annate, soprattutto se si pensa che per tornare all’ultima volta che non si millesimarono due annate consecutive bisogna risalire al 1967 e 1968. Questa decisione, anche se non così straordinaria per Benoît Gouez, fece sentire tutti quanti un po’ sotto pressione in attesa di una 2012 ancora incerta. 

L’inizio, in effetti, non fu dei più promettenti, perché la 2012 si presentò fin da subito come la 2001: insidiosa, pericolosa. Oggi, tuttavia, Benoît Gouez considera questo millesimo un piccolo miracolo. Un’annata iniziata tragicamente e che proseguì presentando ogni sorta di avversità esistente, in vigna: gelo d’inverno, gelo all’inizio e fine della primavera, piogge torrenziali, grandinate, freddo durante la fioritura e caldo improvviso con scarsità di acqua durante un’estate molto calda. Tutto questo causò malattie, problemi sanitari, peronospora, oidio e difficoltà anche durante la formazione del frutto. Circa il 40% del potenziale della vendemmia era compromesso. Benoit Gouez ricorda un titolo di una rivista che, non a torto, descriveva la 2012 come: “le sette piaghe della Champagne”. 

Agosto, però, portò la salvezza: il clima diventò improvvisamente favorevole, smise di piovere, si alzò il vento che consentì di asciugare e far scomparire le muffe che avevano cominciato ormai ad attecchire. L’uva che rimase, era ricca e sana. Il bel tempo permise poi di vendemmiare i frutti a un ottimo grado di maturazione, mentre l’escursione termica tra il giorno e la notte fu notevole e questo permise di preservare l’acidità mantenendo allo stesso tempo un alto tenore di zuccheri. Ecco il miracolo secondo Benoît Gouez, che registrò in vendemmia 10,6° di alcool potenziale e 7,8 g/l di acidità totale. Sempre secondo lo chef de cave, la 2012 è la perfetta sintesi tra l’annata 2008, nota per la sua proverbiale tensione e austerità, non ricchissima di zuccheri ma dall’elevata acidità, e la 2009, più calda, generosa, intrisa di frutto e di ricchezza, molto matura ma dall’acidità meno elevata. Due annate contrapposte, ma che possiamo trovare fuse insieme nella 2012, essendo questa ricca sia in zuccheri, sia in acidità. Un equilibrio di questo tipo si può ritrovare, andando indietro nel tempo, nei millesimi 2002, 1989 e 1966… la cui grandissima longevità oggi conosciamo bene.

La difficoltà presentatosi in cantina fu poi quella di associare in modo armonioso potenza e freschezza e la chiave fu, secondo Benoît Gouez, l’equilibrio dell’assemblaggio dei vitigni, in particolare nell’utilizzo del Meunier. Nel Grand Vintage 2012 troviamo infatti il 26% di questa uva, che per un vintage rimane una percentuale relativamente alta. Ma è proprio questo l’elemento che contribuisce oggi a nutrire e alimentare la bocca, assicurando la perfetta transizione tra la potenza iniziale e il finale, affusolato e lungo. Nonostante l’elevata freschezza, inoltre, Benoît Gouez ha deciso di non cambiare la sua idea di dosaggio per questo Grand Vintage mantenendo i consueti 5 g/l, in modo da rispettare la natura del vino e contribuendo così al suo potenziale di invecchiamento. Per quanto riguarda il Grand Vintage Rosé, invece, il vino rosso è frutto quasi totalmente di Aÿ, un Cru particolarmente caro allo chef de cave, però va fatto notare che se il 13% di rosso può apparire una percentuale in assoluto elevata, in realtà da Moët non è così, visto che si tratta della quota più bassa mai utilizzata dalla maison, che nel 2004 arrivò a ben il 27% di vini rossi!

champagne Moët & Chandon
La degustazione ha visto in campo, al fianco dei Grand Vintage 2012, due Grand Vintage Collection le cui annate sono per lo chef de cave assimilabili alla 2012: 2002 e 1992. La ‘regola’ del 2 dopo quella dell’8?

Grand Vintage 2012

Bottiglia Moët & Chandon 201233% Pinot Noir, 41% Chardonnay, 26% Meunier
dég. feb. 2018 – Naso classicamente champagne e classicamente Moët, segnato da un frutto bianco e un agrume succosissimo, da una sontuosa grassezza di nocciola e un ricamo di rose e bergamotto che rende il calice elegantissimo. Con l’attesa, si fa sempre più raffinato e profondo, i profumi evolvono verso gli agrumi canditi, la polvere di caffè appena accennata, la buccia di mela rossa, fino a un sottobosco, nobile. Un naso che denota già un grandissimo potenziale evolutivo, ma ancora sussurrato, discreto. Bocca di bellissima quadratura, dall’ingresso vibrante e fruttato, potente, come la definisce Benoît, per poi regalare una progressione gustativa ampia, piena e dal finale freschissimo, quasi asciutto, con note amaricanti che ne elevano la classe e la bevibilità. Dopo la deglutizione, ritorna il frutto, a ricordarci la grandezza di questo millesimo, ma soprattutto della mano virtuosa dello chef de cave, che ha saputo qui interpretare l’annata e fare uno champagne al passo con i tempi senza però rinnegare l’identità della maison.
Voto: 93/100

Grand Vintage Rosé 2012

Bottiglia Moët & Chandon 2012 Rosé35% Pinot Noir, di cui il 13% in rosso, 42% Chardonnay, 23% Meunier
dég. feb. 2018 – Dal colore sensuale e orientaleggiante, propone un olfatto che non mette dubbio alcuno sul fatto che sia un rosé, anche alla cieca. Non un rosé stanco, bensì acceso da una certa vivacità, giocata soprattutto su note di arancia rossa. Le analogie olfattive oscillano poi tra il fiore rosso, la pesca matura, il sottobosco, il mirtillo essiccato, l’agrume nobile, scuro, sfumando, infine, sulla crostata di lamponi. Tuttavia, è una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, perché, passando al sorso, la freschezza, la leggerezza, e la scorrevolezza ritrovate al naso marcano molto meno i caratteri di un rosé. Davvero intrigante questo stacco tra il naso e la bocca, forse, pensiamo, si poteva chiedere maggiore struttura a un millesimato, ma queste incredibili freschezza e bevibilità sono da premiare. Il centro bocca è cristallino, succoso e dolce di agrumi. Rimane, nonostante l’esuberanza e la generosità, sempre rigoroso nella progressione al palato, accompagnato dalla bollicina, cremosa e avvolgente, e sostenuto dalla sapidità, che gli dona rilievo. La progressione gustativa garantisce poi un finale di bocca di una leggera asciuttezza tannica che lo rende uno champagne da tavola.
Voto: 94/100

A mio avviso, il Grand Vintage 2012 segna un punto di svolta in Moët in quanto è lo champagne che sembra che abbia tagliato definitivamente il cordone ombelicale con Dom Pérignon. Già. In passato, il (Grand) Vintage aveva sempre mostrato dei richiami più o meno evidenti con l’ex cuvée de prestige, questo 2012 invece appare solo ed evidentemente Moët. Ci voleva a mio avviso e in questo Benoît s’è dimostrato tanto coraggioso quanto abile. Il dado è tratto: evviva!

Alberto Lupetti

Gli champagne Moët & Chandon sono distribuiti in esclusiva da:
Moët Hennessy Italia – tel. 02/6714111 – www.moethennessy.it

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