Ca’ del Bosco e l’equazione del tempo

Ca' del Bosco Annamaria Clementi 1999

Mondo curioso quello delle bollicine: la loro indole vivace li fa inquadrare dai più come vini dalla fruizione rapida e spensierata, quindi da non far invecchiare, invece la loro natura da grandi vini li porta a chiedere tempo al fine di esprimere al meglio tutta la loro magnificenza. E alla giusta domanda “quanto tempo?” non esiste una risposta, perché questo tempo è funzione della specifica etichetta, naturalmente. Nel caso dei millesimati di Ca’ del Bosco, poi, questo tempo diventa non solo cospicuo, ma addirittura imprescindibile. I Vintage Collection decollano letteralmente dopo almeno 3-4 anni dalla sboccatura, la Annamaria Clementi ha bisogno di un riposo quantomeno doppio. Almeno è quanto credevo, perché l’ultimo assaggio di una vecchia annata della top cuvée della cantina di Erbusco ha costretto a riparametrarmi: non solo sono necessari molti più anni di quanto pensassi, ma la tenuta a questi anni è impressionante! Va bene, va bene, mi spiego.

Maurizio Zanella e Stefano Capelli
La mente e il braccio, ovvero Maurizio Zanella e il suo ‘chef de cave’ Stefano Capelli, che con la 1999 ha firmato a suo tempo la nona Annamaria Clementi 1999 della sua carriera…

Dopo la diretta Instagram con Maurizio Zanella e le due recensioni della Annamaria Clementi 2010, sia la tradizionale, sia la rosata, mi era venuta la voglia di assaggiarne una con qualche anno sulle spalle. Scendo in cantina, mi cade l’occhio su una scatola non recentissima di Annamaria Clementi, ma non c’è scritta l’annata fuori. La apro, dunque, e scopro una Annamaria Clementi 1999! “Accidenti – mi dico tra me e me – questa non la ricordavo… sarà ancora buona?”. E decido di provarla. Confesso che in cuor mio speravo di trovare una 2004 (sebbene averla stappata senza Vania Valentini e Angelo Capasso di Squisito avrebbe significato la fucilazione in piazza), ma una 1999 mi intrigava non poco: ultima vendemmia del secolo scorso, annata calda e complicata, ben 21 anni all’anagrafe. Come leggerete a breve, è stata una rivelazione: quel vino non solo era in splendida forma, ma aveva ancora molto da dire! Eccellenza di gusto a parte.

A breve mi aspetta una full immersion di due giorni da Ca’ del Bosco insieme a Vania, ospiti di Zanella e del suo chef de cave Stefano Capelli: ci toccherà approfondire questa iper-longevità della Annamaria Clementi, nel frattempo, però vediamo questa 1999

Controetichetta Annamaria Clementi 1999
All’epoca, le controetichette di Ca’ del Bosco non riportavano informazioni a eccezione del numero della bottiglia, peraltro difficilmente leggibile con il tempo…

La storia di questo mitico Franciacorta Riserva oramai la conoscete tutti, pertanto andiamo ad analizzare nello specifico come fu l’annata e come lavorava all’epoca Ca’ del Bosco. Innanzitutto, l’assemblaggio è, in linea di massima, invariato, salvo notare che da qualche anno la quota di Pinot Bianco è cresciuta a sfavore dello Chardonnay, invece più abbondante un tempo. La data di vendemmia (2-5 settembre nel 1999), poi, sembrerebbe piuttosto tardiva per gli standard franciacortini odierni, in realtà le AMC del XX secolo sono tutte nate a settembre, cosa che successivamente si è ripetuta soltanto nel 2004 e nel 2010 (sarà un caso? Voglio dire: le ultime due migliori AMC sono guarda un po’ settembrine…). Comunque, tornando alla 1999 come annata, la valutazione del Consorzio è stata di un’annata media (“soddisfacente” per la precisione), però caratterizzata da un’ottima acidità a dispetto del clima caldo e dei diversi fenomeni estremi. Da Ca’ del Bosco, poi, i pH furono decisamente bassi, intorno ai 3,10, e la resa delle 16 parcelle selezionate inferiore (60 q/ha) alla odierna, sebbene con una resa in mosto maggiore, pari a quasi il 50%, quindi si pressava di più. Poi non c’era il lavaggio delle uve e, a seguire, pure la vinificazione era differente: iniziava in acciaio e proseguiva in barrique, dove invece avviene attualmente nella sua interezza. Diversa anche la maturazione sui lieviti (5 anni e mezzo per la 1999, 9 anni in media per le AMC contemporanee), così come il dosaggio, intorno ai 6 g/l. A proposito di dosaggio, dalla 2004 è sceso a 1,5 g/l, dalla 2006 è passato a 1 g/l e, infine, con la 2008 è definitivamente sceso a zero.

Annamaria Clementi 1999

Bottiglia Annamaria Clementi 199920% Pinot Nero, 60% Chardonnay, 20% Pinot Bianco
bott. n. 2.701 – Caspita che naso! Odio i paragoni, soprattutto quelli fuori luogo, lo sapete, ma di fronte a questo calice la mente corre immediatamente a qualcosa di notevole e datato che sembrerebbe venire d’Oltralpe… L’olfatto è suadente, complesso, profondo, ovviamente attraente, fatto di tanta torrefazione, sottili agrumi, spezie dolci, tenue mineralità. Ma, più d’ogni altra cosa, stupisce per la freschezza, a dispetto del tempo (all’anagrafe sono 21 anni tondi tondi…) e dell’annata calda. Bocca elegantissima, tonica, meno materica, meno vellutata di quanto ci sarebbe aspettati dopo il naso, ovvero tesa e levigata, ancora straordinariamente fresca, con il plus di una bollicina semplicemente carezzevole. Insomma, la gustativa mischia le carte in tavola rispetto al naso, nel senso che appare meno matura e sofisticata, ovvero molto più verticale, nonché scorrevole e immediatamente piacevole. Già, perché a dispetto della oggettiva complessità e dell’età non trascurabile, questo vino piace e piace a tutti! Finale agrumato e minerale di bella persistenza e fine sapidità. Grande, accidenti!
Voto: 96/100

Leggendo qua e là di altre degustazioni della Annamaria Clementi 1999, al netto della credibilità del degustatore, sono rimasto sorpreso nel leggere buoni commenti, ma mai entusiastici. Poi ho letto i dettagli e mi son reso conto che si trattava sempre di bottiglie sboccate molto più tardi rispetto all’originale da me assaggiata, ovvero con una media di tre lustri passati sui lieviti e prive di liqueur, quindi dosage zéro. Pertanto, le variabili in campo erano ben due: il tempo e lo zucchero. Il dibattito è infinito: meglio meno tempo sui lieviti e un lungo invecchiamento con la liqueur, oppure meglio un ‘dégorgement tardif’? Ancora una volta dovrei dire “dipende”, ma la risposta è in realtà ancora più complicata, applicandosi però universalmente tanto ai grandi vini spumanti quanto agli champagne. Chi scrive ama la vibrante energia dei dégorgement tardif, ma a patto questi abbiano poi avuto tempo di stabilizzarsi. Infatti, lunghe maturazioni sui lieviti esigono un riposo post dégorgement tanto più lungo quanto maggiore è il periodo passato sur lattes, affinché “le nez retrouve la bouche” (© Anselme Selosse), quindi una AMC 1999 con una quindicina di anni sui lieviti necessiterebbe di non meno di 4-5 anni per trovare il proprio equilibrio. Ecco spiegato, dunque, il perché delle altre degustazioni fuorvianti.

Aggiungo che, soprattutto grazie a diversi assaggi di Charles Heidsieck e Perrier-Jouët, ho scoperto e amato anche i vecchi dégorgement. Diversi, meno verticali, ovvero più rotondi, ma di un fascino e una complessità unici. Ecco, questa AMC 1999 è stata tirata a maggio 2000 e poi sboccata a novembre 2005, quindi successivamente ha avuto modo di affinare ben 15 anni con la propria liqueur, raggiungendo oggi una dimensione d’eccellenza. Senza contare il fatto che, a dispetto dei 15 anni post sboccatura, la freschezza era a dir poco incredibile. Per analizzare la situazione opposta, quindi una AMC 1999 con maggiore permanenza sui lieviti e lungo risposo post dégorgement al fine di valutare nelle migliori condizioni l’eventuale beneficio di una lunga sosta sur lattes, bisognerebbe sboccarla oggi, dosarla e aspettare fino al 2035! Chissà, sarebbe un esperimento interessante, ma… beato chi avrà un occhio!

Alle fine della storia, però, ho capito – e oggi ne ho avuto l’ennesima conferma – che non ci sono regole assolute nel mondo del vino. Ma forse è proprio questo il bello…

tappo Annamaria Clementi 1999

www.cadelbosco.com

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