Il Krug che non vedrete mai (purtroppo)

Bottiglia Krug Clos du MesnilChiedendo agli appassionati quale sia lo champagne dei loro sogni, sono sicuro che 8 su 10 risponderebbero lo champagne Krug Clos du Mesnil.
È un “single cru” (il villaggio Grand Cru di Le-Mesnil-sur-Oger), un “single vineyard” (il vigneto di 1,87 ettari racchiuso da mura) e un “single grape” (solo Chardonnay, quindi blanc de blancs) prodotto soltanto nelle annate migliori in circa 18.000 bottiglie. Il vigneto, antichissimo (le prime tracce certe risalgono al 1698) fu acquistato dalla famiglia Krug nel 1971 e subito integralmente ripiantato.
Dopo alcuni anni, le sue uve furono usate per l’assemblaggio della Grande Cuvée e del Vintage finché non successe qualcosa. Era l’inverno del 1979, Paul Krug e i figli Henri e Rémi stavano assaggiando i vins clairs per selezionarli. Quando fu la volta di alcuni Chardonnay, rimasero talmente impressionati dalla qualità che Henri, di fatto lo chef de caves, propose di fare una cosa che non era mai stata osata in Krug: imbottigliare quei vini da soli.

Una mia esperienza con lo champagne Krug

Quei vini erano il frutto di alcune parcelle del clos, perché, oggi come allora, in Krug si vinifica rigorosamente per parcelle. Cinque nel caso del Clos du Mesnil.
La nascita di uno champagne del genere rappresentava un evento per Krug, maison “tempio dell’assemblaggio”, ma tant’era, così da allora la gamma si arricchì del Clos du Mesnil.
Attualmente, in enoteca è reperibile l’annata 1998, eccellente e con notevoli potenzialità di crescita futura, ma l’anno prossimo arriverà la 2000. Ho già avuto la fortuna di assaggiarla insieme a Olivier Krug, Direttore della maison e figlio di Henri, ed Eric Lebel, chef de caves, ma ne riparlerò a tempo debito. Qui, invece, vorrei riportare un’esperienza fatta quello stesso giorno che testimonia l’ossessione di Krug per la qualità.

Maison Krug Clos du Mesnil Dopo un riassaggio del 1998 (sempre eccellente!), Olivier ha portato una bottiglia già chiusa con tappo e muselet, ma senza etichetta. Non ha detto nulla, ha versato lo champagne nel bicchiere e poi mi ha osservato sornione. “Accidenti – pensavo tra me e me – il nuovo Clos du Mesnil, wow!”. In effetti, era proprio il Clos du Mesnil, molto chardonnay al naso e con note di toffee, pieno ma non molto intenso. Però non evidenziava appieno la tipicità Krug (era più “chiaro”) e, anzi, sembrava un po’ monocorde. La bocca era morbida all’attacco, poi slanciata più dalla vena agrumata che dall’acidità. Finale asciutto e un po’ compresso.

Così, alla fin fine, qualcosa non mi convinceva del tutto… Lebel sorrideva ironicamente chiedendomi cosa ne pensassi, io ho balbettato qualcosa del tipo “beh, è buono…”, ma tentennavo. Olivier sorrideva anche lui, ma continuava a non dire nulla, anzi si è allontanato per tornare poco dopo con un’altra bottiglia: un altro Clos du Mesnil, ma regolarmente etichettato. Era il nuovo 2000, il prossimo Clos du Mesnil sul mercato dopo il 1998.
Lo ha versato e lo abbiamo assaggiato insieme: era grande, grandissimo, e non aveva incertezze. Come ho detto, ne riparleremo, adesso, invece, è ora di capire cos’era quella bottiglia senza etichetta. Me lo ha detto Olivier: “è il Clos du Mesnil 1999, ma non arriverà mai sul mercato. Anche se buono, molto buono, non raggiunge lo standard Krug, quindi rimarrà in cantina”. Dove, per la cronaca, ne hanno ben 16.000 bottiglie. Che non venderanno. Un ricco cinese si è offerto di acquistarle in blocco, la maison ha rifiutato. Quelle bottiglie non lasceranno mai le caves di Reims e – immagino – rimarranno per degustazioni private. “Che spreco!”, penso, ma mi rendo anche contro di quanto in Krug tengano all’eccellenza dei propri champagne. A qualsiasi costo. Chi altro avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere, soprattutto in un periodo come questo? Chapeau.

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