Clos du Moulin Rosé: proprio una bella sorpresa…

Champagne Cattier Clos du Moulin Rosé

Preso spesso in considerazione per la sua veste magnetica che da sempre seduce l’universo femminile, indubbiamente lo champagne rosé intriga per quelle tonalità che riportano alla dolcezza, alla sensualità e all’eleganza. Si dice che il colore rosa nasca dall’incontro tra la carica del rosso, simbolo della forza e della virilità maschile, e la neutralità del bianco, rappresentante la spiritualità e la purezza dell’anima. Ed è curioso scoprire che, contrariamente a quanto si pensi, il rosa, per i motivi appena esposti, per secoli è stato considerato un colore adatto ai maschi e solo in tempi più recenti è stato associato al sesso femminile. Forse anche per questo motivo si parla sempre troppo poco di questa tipologia, tuttavia, quando si tratta di champagne rosé dalla qualità irreprensibile, questa affascinante e per certi versi effimera immagine, non ne diviene che un valore aggiunto.

Lo champagne rosé possiede, infatti, una sua esclusiva identità, che lo rende ideale e flessibile compagno di numerosissimi e difficili abbinamenti, grazie alle sue peculiari caratteristiche gusto-olfattive. Il Pinot Noir e i suoi antociani permettono allo chef de cave di calibrare struttura, rilievo e sfumature, rendendo il vino, oltre che elitario, meno fulgido, abbacinante. La sostanza all’interno del calice si fa più voluminosa, chiaroscurale e strutturata, ricca di tonalità odorose insolite e inimitabili, in particolar modo quando si tratta di champagne rosé con diversi anni d’invecchiamento alle spalle. Ma vediamone la storia.

Cattier Clos du Moulin e Rosé
Nel 2013 il Clos du Moulin, pregiato champagne di punta di Cattier da poco analizzato in verticale qui su LeMieBollicine, è stato affiancato dalla sua declinazione in rosa.

Il primo rosé d’assemblage di Champagne di cui si abbia notizia è di Clicquot, nel 1775 (fonte: maison VCP), mentre Ruinart rivendicherebbe il primo saignèe (in realtà œil de pedrix, quindi un rosé molto leggero nel colore) diversi anni prima. Quest’ultima tipologia, molto in voga oggi e oggetto di sperimentazione da parte di parecchi vigneron, dà origine a champagne caratterizzanti, a tratti estremi, sempre più vicini a un vino rosso con le bollicine, dai profumi rustici e intensi piuttosto che a uno champagne dal color rosa tenue e dai profumi delicati. Invece, nel suo desiderio di migliorarne la tipologia, M.me Clicquot migliorò il metodo d’assemblage, che consiste nel miscelare insieme il vino bianco e il rosso e, da allora, questo champagne ha goduto di un effimero scoppio di popolarità, lusingando il pubblico e gli appassionati.

Negli ultimi sessant’anni, poi, molte maison non ‘hanno resistito’ al richiamo, decidendo di proporre anche le loro cuvée de prestige nella versione rosa. Ne citiamo alcune: Moët & Chandon con Dom Pérignon nel 1959, Taittinger con il Comtes de Champagne nel 1966, Louis Roederer con il Cristal nel 1976, Veuve Clicquot con La Grande Dame nel 1988, Billecart-Salmon con la Cuvée Elisabeth-Salmon anch’essa nel 1988, Deutz con la Cuvée William Deutz nel 1990 e poi l’Amour nel 2006… E, il più delle volte, le impressioni di degustazione di questi ‘super rosé’ sono entusiasmanti.

A questo proposito, oggi vogliamo parlare della versione in rosa del Clos du Moulin, la cuvée de prestige di Cattier, degustata lo scorso settembre a Chigny-les-Roses insieme ad Alexandre Cattier, PDG e chef de cave della maison. Abbiamo assaggiato quello attualmente sul mercato, il secondo della storia di questa etichetta (il primo Clos du Moulin Rosé fu lanciato alla fine del 2013), frutto dell’assemblaggio delle tre annate (2008 preponderante, più 2007 e 2006). Tirato solo in bottiglia e solamente in 3.185 esemplari, ha maturato poco più di 6 anni sui lieviti prima di essere dosato a 6 g/l.

Controetichetta Cattier Clos du Moulin Rosé
La controetichetta riporta parecchie informazioni, tra le quali l’assemblaggio, le tre annate che lo compongono e il numero della bottiglia sul totale tirato.

 

Clos du Moulin Rosé

Bottiglia Champagne Cattier Clos du Moulin Rosé60% Pinot Noir, di cui il 15% in rosso, 40% Chardonnay
bott. n. 514 – Caratteristico color rosa, qui intenso, attraversato da nuance color pesca e salmone. Lo spettro olfattivo è ampio, segnato da un agrume succosissimo e da note dolci di lampone, con un’intermittente mineralità, qui salina, a dettarne il ritmo. Con l’evoluzione, accenni di un floreale rosso, appassito, poi nocciolina, spezie e thè nero nel finale. In bocca è coerente, slanciato, saporito e delicatissimo allo stesso tempo, minerale e ampio, di una dolcezza agrumata tanto sottile quanto piacevole e incisiva. La bollicina è fine e carezzevole, solleticante, perfettamente fusa con la materia, che lascia una gustosissima scia salata nel finale, anche persistente. Uno champagne di eleganza e precisione, ma, soprattutto, un rosé di grande piacevolezza. Che potrebbe rivelarsi molto versatile nell’abbinamento: tartare de boeuf, carpaccio di manzo con scaglie di Grana Padano e olio di oliva, Strolghino di Culatello o anche Coppa della Bassa (del Salumificio Squisito).
Voto: 92/100

Cattier Clos du Moulin Rosé

(hanno collaborato alla degustazione Alberto Lupetti e Thomas Rossi)

www.cattier.com

5 commenti su “Clos du Moulin Rosé: proprio una bella sorpresa…”

  1. Bevuto ieri a pranzo … Per me e’ Niente di particolare , migliorava dopo l’apertura , bella bollicina fine e ordinata , piacevole nel palato , nulla di che’ al naso … Deduco che Per me non vale quei soldi , ma parlo solo per questa bottiglia e l’altro clos brut … Mentre mi ha cuasi soddisfatto il Cattier millesimato .

    1. Era questo stesso o l’assemblaggio precedente? Glielo chiedo perché questo ha il ‘vantaggio’ di essere basato sull’annata 2008, quindi già da giovane esprime maggiore energia, incisività. Da giovane, già perché il Clos du Moulin è uno di quegli champagne che ha assolutamente bisogno di tempo, altrimenti rischia di essere, appunto, “nulla di che”. Invece dopo qualche anno…

  2. Un pezzo molto completo, che mi piace per tre ragioni. La prima: è strutturato come si deve, con una necessaria introduzione tipologica, una breve ma preziosa indagine storica e solo in ultima analisi si passa in rassegna lo Champagne oggetto della recensione è così (che si deve fare). La seconda: è scritto con passione. Tu usi spesso l’aggettivo “sensuale” nei tuoi pezzi, e la ragione è facile da intuire. Non è mai il vino a essere sensuale (il vino in sé non ha sensi), ma chi lo elabora (attraverso il marker del Terroir) e chi lo analizza, lo degusta, lo interpreta, e tu sei, per antonomasia, una degustatrice sensuale (che usa i sensi con una “sensibilità” superiore). La terza: si legge con piacere. Se c’è una cosa che mi rompe le palle, è la scrittura velleitaria, in cui si cerca la metafisica senza averne gli strumenti, oppure la scrittura burocratica, piena zeppa di noiosi tecnicismi. So bene che la perfezione non è un pregio (spesso è anch’essa noiosa), ma sono certo che se tu usassi con più parsimonia gli aggettivi (talvolta esageri, proprio perché sei passionale) i tuoi pezzi si avvicinerebbero ancora di più alla mia idea di perfezione giornalistica: non saggistica, non letteraria, ma giornalistica. Ovvero, come informare i lettori con stile, competenza e, appunto, passione. Complimenti. Francesco .

  3. Grazie a te, Vania. Hai voglia tu a studiare, viaggiare, intervistare, scrivere, archiviare, se dietro tutto questo “popodiroba” non c’è passione, non c’è amore per ciò che si fa, ma soprattutto non c’è talento, chimica, pelle. Fin dalla prima volta che ho avuto la fortuna di poter assaggiare con te, mi accorsi delle tue doti: forse lo ricordi ancora ciò che ti dicevo: “degusti da Dio perché il vino è il tuo elemento”. Se c’è un rammarico nella mia vita, è quella di non poter più degustare con te, era uno spettacolo: riuscivi a beccare vini alla cieca senza saperne nulla di quei vini, di quei territori, della storia di quei produttori. E più le batterie erano toste, più tu tiravi fuori la parte “animale”, istintiva e appunto sensuale che c’è in te. Sei una delle poche persone che io conosca (una decina, in tutta Europa, e di degustatori ne conosco a iosa, in tutta Europa, dunque parlo perché ne ho le competenze) capace di entrare in empatia con il vino con una spontaneità imbarazzante: non hai bisogno di studiarlo, di spaccare il capello in quattro: tu ci arrivi, perché il vino è semplicemente una tessera del tuo puzzle, né più né meno. Quando, all’inizio della tua carriera giornalistica, eri timida e mi confidavi che sarebbe stata dura, per te, farcela, io in realtà, ero felice che il tuo percorso precedente fosse stato diverso (nel tuo caso, artistico e poi legato alla ristorazione durante la tua esperienza londinese): perché non è l’accademia che ti dona il talento, anzi. Gli studi, nel tuo caso, ti avrebbero solo ingombrato lo spirito. Ora vola, Vania Valentini, e fa vedere a tutti di che pasta sei fatta. Cordiali saluti. Francesco

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