Ruinart, lo Chardonnay e il ‘Dom’ di ieri e domani

È spesso in occasione del lancio di una nuova cuvée che si presentano gli eventi più esclusivi dell’anno e quando a organizzarli è il gruppo LVMH, le sorprese di certo non mancano. Così, nella “plus ancienne Maison de Champagne”, ancora una volta siamo riusciti a sognare e l’occasione, stavolta, è stata la presentazione dell’annata 2007 di un blanc de blancs prezioso, capace di rivaleggiare con pochissime altre etichette nella veste di ambasciatore dello Chardonnay. Stiamo parlando del Dom Ruinart, vero gioiello della casa, nato nel 1959 (lanciato solo dieci anni più tardi dopo una lunga maturazione sui lieviti) per rendere omaggio a Dom Thierry Ruinart, zio del fondatore e primo ambasciatore dello champagne. È una cuvée de prestige che simboleggia il forte legame di Ruinart con lo Chardonnay, un vero e proprio esercizio di stile su questa varietà da parte di Frédéric Panaïotis, chef de cave della maison di Reims e, senza ombra di dubbio, tra i più brillanti e talentuosi enologi della Champagne tutta.

I vigneti di Sillery
I vigneti di Sillery: lo Chardonnay di questo piccolo Grand Cru della parte nord della Montagne de Reims è uno dei pilastri dello stile del Dom Ruinart.

Il Dom Ruinart è prodotto interamente con uve Chardonnay provenienti per buona parte da un terroir noto per il Pinot Noir, la parte Nord della Montagne de Reims. Un terzo dell’assemblaggio viene infatti da Grand Cru come Sillery (che abbiamo visitato, assistendo e partecipando, in parte, alla potatura), Puisieulx, Verzy, Verzenay e Mailly. “Lo Chardonnay della parte nord della Montagne de Reims è corposo, potente e addirittura più strutturato, con un interessante profilo aromatico dalle nette sensazioni agrumate rispetto al più magro, floreale e minerale della Côte des Blancs. I due, risultano così perfettamente complementari, per questo li impieghiamo entrambi nel Dom Ruinart. Insieme sanno invecchiare magnificamente” spiega Fréderic Panaïotis. L’assemblaggio è completato, infine, con uve provenienti dai più noti villaggi di Avize, Chouilly, Cramant e Le-Mesnil, fiori all’occhiello della Côte de Blancs. In seguito, fermentazione in tini d’acciaio, malolattica svolta, dopodiché per 8 o 9 anni le bottiglie hanno il privilegio di riposare, crescere ed evolvere nelle impressionanti Crayères di epoca gallo-romana, monumento storico nazionale dal 1931. Vere e proprie cattedrali strappate al sottosuolo, con una profondità che raggiunge anche i 38 metri e che si sviluppano in otto chilometri di gallerie. Uno spettacolo che toglie il fiato ogni volta, un viaggio nel tempo che vi consiglio di non perdere. Le cantine, infatti, sono aperte al pubblico e visitabili su prenotazione.

‘Crayères’ di Ruinart
Le spettacolari ‘Crayères’ di Ruinart, elette a monumento storico già nel 1931 e, oggi, pure Patrimonio Unesco.

Ruinart, inoltre, può vantare il primato di essere stata la più antica maison in Champagne a produrre vini spumanti (la prima fu Gosset, nel 1584, ma con la produzione di vini fermi). Venne fondata nel 1729, l’anno successivo al decreto Di Luigi XV che autorizzava il trasporto del vino in bottiglia e non più esclusivamente in botti. Tuttavia, è soltanto dal 1735 che Ruinart abbandona completamente l’originaria attività di commercio tessile e inizia a occuparsi della produzione e del commercio di champagne.

Stampa Ruinart
Una delle interessantissime slide durante la ‘lectio magistralis’ sullo Chardonnay tenuta dallo chef de cave Panaïotis.

L’occasione, come detto, ha visto la presentazione della nuova annata di Dom Ruinart, la 2007, un’annata molto particolare in Champagne. Una primavera eccezionale caratterizzata da un germogliamento piuttosto precoce, seguita da un inizio estate freddo e umido che minacciava muffe. Diverse grandinate danneggiarono i vigneti, soprattutto nella Vallée de la Marne. Un’annata, dunque, certamente non iniziata sotto i migliori auspici, ma è proprio quando ormai ci si aspettava il peggio, finalmente arrivò il sole, verso la fine di agosto, ad accelerare la maturità dei grappoli. Un sole accompagnato, per di più, da un clima asciutto, che preservò lo Chardonnay dall’attacco della botrytis. Se non vi fosse stato questo provvidenziale cambiamento di clima, l’annata sarebbe stata catastrofica, invece, molti rimasero sorpresi dalla qualità delle uve e, ironia della sorte, alla fine fu proprio lo Chardonnay a risultare l’uva migliore. Un millesimo, quindi, che richiese impegno, devozione, ma anche ottimismo e che premiò chi ci ha aveva creduto mentre qualcuno, ancora oggi, si rimprovera di non aver sfidato. “Il nostro stile è determinato dal vitigno Chardonnay” ci sottolinea Frédéric Panaïotis. E così, ci offre un breve ma interessantissimo seminario sul vitigno, riuscendo poi, in degustazione, a stupirci nuovamente con Chardonnay della stessa annata provenienti da altre rinomate aree vitivinicole francesi (sì, certo, parliamo di Borgogna). Lo Chardonnay è, infatti, il vitigno probabilmente più conosciuto al mondo, coltivato nelle zone più svariate e capace di offrirci sfumature ed evoluzioni sempre diverse. Qui in Champagne rappresenta il 31% della superficie vitata ed è certamente anche l’uva più cara e preziosa. È presente da tempo, anche se in passato veniva identificato con i più svariati nomi (épinette, morillon blanc, romenet) ed è solo all’inizio del secondo secolo che viene chiamato con il nome che oggi tutti conosciamo. È una varietà dal germogliamento precoce, molto soggetta alle gelate. Minaccia, questa, sempre più presente a causa dell’innegabile surriscaldamento climatico che provoca il risveglio della vita vegetativa già a marzo. Un’uva, inoltre, che può essere soggetta alla botrite, per questo soffre l’umidità. È generosa nelle rese e, a seconda della zona, dona espressioni e sfumature diverse, senza mai spostarsi, tuttavia, dai registri dell’eleganza, della raffinatezza. Regala probabilmente i vini più longevi e stupisce per le sue straordinarie evoluzioni nel tempo. L’interpretazione dello Chardonnay per mano di Frédéric Panaïotis ormai è nota: si contestualizza in millesimati molto piacevoli, morbidi, dalla spiccata purezza aromatica, dalle sfumature burrose e nocciolate, piuttosto atipico quando non vi è alcun passaggio in legno. Ci regala, tuttavia, anche vini croccanti, freschi, con il gusto dolce della mela gialla affilato dalla raffinata sapidità del gesso. Frédéric, con la sua smisurata ossessione (che poi è passione), per lo Chardonnay è riuscito a estrarre l’anima più pura di questo vitigno, la sua essenza, mettendone in luce i connotati distintivi. Un vino, dunque, che è certamente sublimazione di un territorio, di un’annata ma anche di una visione, di un atto creativo. Nel suo ruolo di chef de cave, ha infine saputo salvaguardare e declinare l’espressione dello Chardonnay in Champagne in ambito contemporaneo, con dosaggi più leggeri, uno stile meno riduttivo e un’espressività tutta legata al frutto, alla purezza, incastonando in queste bottiglie la storia e il savoir-faire di una maison senza tempo.

Fréderic Panaïotis
Fréderic Panaïotis, chef de cave di Ruinart, durante la degustazione.
Bottiglie Ruinart
Dal futuro al passato: il prossimo Dom Ruinart 2007 e un suo grandissimo predecessore, il 1993 in magnum.

Ruinart 2007

Dom Ruinart 2007

100% Chardonnay
(dég. Set. 2017, dosage 5 g/l)
Puro e definito, propone nitide sensazioni di nocciola, agrume scuro, frutta di polpa bianca, erbe aromatiche, il fiore di rosmarino e note di the verde. Con la temperatura affiora anche la verbena, la lavanda, segnate da un ricamo lievemente affumicato, quasi un tocco di polvere da sparo, a renderne più austero il carattere e rappresentativo dell’annata. La bocca ne è l’esatto riflesso, cremosa all’ingresso ma dallo sviluppo compatto, dritto. È complessa, succosa, dalla meravigliosa freschezza agrumata e dotata di una purezza di frutto rimarchevole. Una bocca per certi versi anche trasversale, stratificata e salina di craie, infiltrante nella progressione, a preludio di un’evoluzione nel tempo che sarà magistrale. Tuttavia, la generosità, la nitidezza, il ventaglio aromatico fanno sì che sia gustosissimo già da ora.
Voto: 94/100

Questa è una mia primissima impressione del Dom Ruinart 2007, ci ritorneremo in occasione di Grandi Champagne 2020-21, assaggiando lo champagne in un contesto differente e con qualche mese di maturazione in più. A ogni modo, come dicevo, sono stati due giorni alla Ruinart all’insegna dello Chardonnay e le sorprese, impreziosite dalle trame ben orchestrate dei piatti della chef Valérie Rasou, a tavola non sono mancate. Ma il coup de coeur, è stato lui, il Dom Ruinart 1993, assaggiato addirittura in magnum. Eccolo…

Dom Ruinart 1993

Ruinart 1993100% Chardonnay
(magnum, dég. apr. 2004) Ricamo lievemente ossidativo e balsamico non deve trarre in inganno, perché basta un minimo di attesa per rivelare una cornucopia di profumi: frutta secca, miele, tabacco, sottobosco, muschio, roccia di mare, fungo porcino e agrume candito. È sfaccettato, ma anche luminoso, un naso che ti tiene incollato al calice per profondità, penetrazione, vivacità, energia. La bocca non cambia certo registro: è immediatamente saporita e avvolgente, ampia, fresca, quasi dirompente nell’allungo, intrisa di dolcezza agrumata, dalla bollicina ancora finissima, dal finale salino, incisivo e lunghissimo. Un grandissimo champagne, perfetto a tavola, perfetto da solo, per puro piacere.
Voto: 97/100

Vania Valentini
L’autrice dell’articolo a Sillery, storica enclave di Ruinart.

Gli champagne Ruinart sono distribuiti in esclusiva da:
Moet-Hennessy Italia – tel. 02/671411 – www.moethennessy.it

2 commenti su “Ruinart, lo Chardonnay e il ‘Dom’ di ieri e domani”

  1. Buonasera Vania.
    Complimenti per il bell’articolo, molto ben scritto, con dettagli tecnici. E soprattutto per la recensione dei due vini.
    Brava!
    La vendemmia 2007 si conferma ancora una volta capace di gran bei champagne.
    Recentemente ho bevuto a distanza ravvicinata una grande Annèe e un Amour de Deutz entrambi 2007 e, soprattutto il primo, erano strepitosi.
    Secondo lei come può essere stata “colpevolmente” sottovalutata da dei grandissimi, come Geoffroy, che hanno preferito millesimare un anno debole come il 2005 e tralasciare il 2007.
    Chissà cosa sarebbe stato un Dp 2007…..?
    Non lo sapremo mai.
    Buona serata.
    Gabriele

    1. Ciao Gabriele, grazie per le belle parole, fanno sempre piacere.
      In merito all’annata 2007… ovviamente non ne ho idea, del perchè in alcuni non ci abbiano creduto. Ci sono state, effettivamente, annate ben peggiori. Posso solo testimoniare che ho spesso visto e sentito Richard Geoffroy dispiaciuto, un rimpianto che si porterà, probabilmente, con sé.
      Ma forse la bellezza dei millesimi sta anche in questo, nell’uscire anche dopo anni e soprendere i più. Credo, a questo proposito, di poter affermare che proprio Rcichard Geoffroy è, oggi, molto orgoglioso di aver prodotto un’annata come la 2003, che si sta rivelando in tutta la sua straordinarietà proprio nel Dom Pèrignon, a dispetto di chi asseriva che fosse un’annata dalle zero possibilità.
      Ill mondo dello champagne e la sua magia, sono fatti anche di questo 🙂
      Buona serata Gabriele e grazie ancora,
      Vania

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