Luca Cuzziol: intelligenza, intuito, passione

simpatica immagine di Luca Cuzziol
Luca Cuzziol, veneto, è l’anima dell’azienda omonima, ma soprattutto un appassionato conoscitore del vino e delle dinamiche di mercato.

Per gli appassionati di champagne, Luca Cuzziol è sinonimo di Bruno Paillard, lo champagne che importa in esclusiva in Italia al fianco di altri due piccoli produttori davvero interessanti. Ma il nome Cuzziol significa oggi una delle più belle realtà di distribuzione vinicola in assoluto, non solo per via di un portafoglio di eccellenza, ma soprattutto per come si è arrivati alla selezione di questi produttori e come vengono poi valorizzati. E, senza nulla togliere ai validissimi collaboratori, il successo di Cuzziol va ascritto per buona parte a Luca, entrato nell’azienda di famiglia nel 1990 dove dopo precedenti esperienze prima nella vendita delle bevande, poi nella birra e infine nel vino, del quale Luca inizia a occuparsi in prima persona con grandissima passione due anni più tardi, iniziando un percorso che lo porta nel 1994 a rappresentare Duval-Leroy in Italia come Agente Generale fino al 1998. Nel frattempo, parallelamente all’importazione di vini soprattutto francesi, nel 1994 è nata anche un’agenzia di rappresentanza vinicola per il solo Triveneto, di fatto inglobata in Cuzziol nel 2004, quando l’azienda omonima di famiglia diventa SpA a seguito dell’importante crescita nazionale. Oggi Luca è amministratore delegato di Cuzziol SpA insieme al fratello Giuseppe, coadiuvati da un direttore vendite e due area manager per il coordinamento di 80 agenti sul territorio nazionale.

Alberto – Per te, un veneto nato in una terra di grande tradizione vinicola, bollicine comprese, cosa significa la parola champagne?
Luca
Beh, terroir prima di tutto! Champagne, come sai, è il nome di una regione e, dunque, tutto gira poi intorno questa parola: “il vino di Champagne”, come troviamo scritto in tante recensioni. Che per me significa che prima c’è il vino e poi le bollicine!

Alberto – Mi trovi d’accordissimo, Luca, ma, a proposito di champagne, come sei arrivato a importare aziende di tale valore, ovvero un autentico emblema del rapporto qualità/prezzo (nel senso più positivo del termine, beninteso) come Monmarthe e un grande tra i grandi come Bruno Paillard?
LucaMarzo 1999: salgo in macchina da Milano a Reims con l’amico Roberto Pieri e Antonino Trimboli (assunto per l’occasione per aiutarmi a cercare un’azienda per “sostituire” Duval-Leroy, che nel frattempo aveva deciso di affidare la vendita dei loro vini a Classica). Ebbene, dopo aver visto tutta una serie di aziende gestite da Antonino, l’ultimo giorno, memore del fatto che Pepi Mongiardino mi aveva raccomandato di visitarla perché al momento era libera sul mercato italiano, ho fissato un appuntamento con la maison Bruno Paillard. Beh, fu veramente amore a prima vista, non per Bruno…. – tra l’altro lui non era in azienda quel giorno -, ma per lo ‘Chardonnay Blanc de Blancs Réserve Privée’ (all’epoca si poteva ancora mettere la parola Chardonnay nel nome, in etichetta), una bottiglia che ricordo costava ben 115 franchi. Per dare un’idea del prezzo, basti pensare che in Italia io vendevo Duval Leroy a 60 franchi!

Uscendo dall’azienda in Avenue de Champagne e “tornando con i piedi per terra”, l’amico Roberto mi ricordò che serviva anche un vino sulla stessa linea di prezzo di quello che al tempo vendevo, così mi suggerì un certo Monmarthe, di cui aveva sentito parlare, pertanto prendemmo la strada per Ludes, dove arrivammo 10 minuti più tardi, giusto in tempo prima che chiudessero. Uno champagne dal super rapporto qualità/prezzo mi fece capire che avevo trovato ciò che cercavo: lo Chardonnay di Bruno Paillard da un lato e il Brut Privilége di Jean-Guy Monmarthe dall’altro.

Champagne Bruno Paillard, il Blanc de blancs Réserve Privée
Un grande champagne che per certi versi è anche “responsabile” dell’inizio del rapporto tra Cuzziol e Bruno Paillard: il Blanc de blancs Réserve Privée

Alberto – Beh, devo confessare che personalmente trovo Monmarthe imbattibile dal punto di vista del rapporto qualità/prezzo, o meglio del ‘value for money’ per usare un termine ancora più confortante per il pubblico. Invece, sto apprezzando sempre di più quello che nel frattempo è diventato il Blanc de blancs Réserve Privée, tanto che oggi ti confesso che avrebbe meritato uno se non due punti in più sulla guida. D’altronde, Paillard trovo sia un vero artista dello Chardonnay… Ma rimaniamo a parlare di Bruno. Mi insegni che i suoi vini non sono banali, per questo vanno fatti capire: ecco, è difficile farlo con enoteche e ristoranti? O meglio, com’è percepita l’immagine dello champagne Bruno Paillard in Italia?
Luca
“Il mio è un vino di assemblage” mi disse Bruno Paillard in visita alla Cuzziol la settimana dopo che io ero stato da lui a Reims nel marzo del 1999, dunque come tale “va aspettato”. Da ciò si decise di puntare sulla ristorazione perché quel tipo di vino, per allora difficile, era quasi impensabile da proporre nelle enoteche senza mescita. Era ed è un vino da raccontare perché per alcuni tratti “diverso”, ma sempre uguale a se stesso: un vino che, lo ripeto, ha bisogno di un po’ di tempo. Sì, oggi con il Brut Première Cuvée che esce dopo 36/42 mesi, con altri 4/6 mesi dalla data del dégorgement, è più facile… ma nel 2000/2001 proporre champagne in veste extra-brut era di fatto un’eccezione. Oggi la tendenza del mercato è per champagne poco dosati e Bruno Paillard è uno dei precursori di questa filosofia, senza dimenticare che la materia prima dei suoi vini è sempre tra le migliori, non a caso sai che è figlio di courtier e lui stesso per un breve periodo ha fatto questo mestiere. A ogni modo, l’immagine Paillard è di un’azienda piccola, di nicchia, dall’alto valore qualitativo, anche se ancora non conosciuta dal grande pubblico, ma questo è il mio prossimo impegno: far conoscere questa piccola maison che tanto ha da raccontare…

un'immagine durante una visita in champagne
Luca Cuzziol insieme all’autore e ad Alice Paillard nei vigneti di Le-Mesnil della maison: si tratta delle prime proprietà di Bruno le cui uve oggi costituiscono la solida e gustosa base dei suoi champagne.

Alberto – Gli champagne di Bruno li apprezzi man mano e trovo questo aspetto un plus di valore… Ma, Luca, tu sei un profondo conoscitore del mercato vinicolo mondiale, pertanto, come tale, cosa pensi di questa smania da parte di molti in Italia, produttori vinicoli compresi, di importare champagne? Anche a costo di proporre prodotti discutibili…
Luca
Lo champagne, più di altri, è un vino trasversale, né bianco né rosso, mai schierato ma onnipresente su tutte le tavole “che contano” in Italia. E da questo a questo a voler implementare il proprio catalogo il passo è breve, non ci trovo niente di male, anche se in un mercato sempre più competitivo reputo che ogni prodotto debba essere “gestito” attraverso strutture di vendita dedicate.

Bottiglia di Champagne Bruno Paillard, rosé.
Il rosé di Bruno Paillard, ritenuto da Luca Cuzziol tra i migliori della categoria. È uno champagne improntato all’eleganza, perfetto per l’aperitivo.

Alberto – Da Trevigiano mi perdonerai la domanda, ma devo chiedertelo. Secondo te, quanto il Prosecco e i Metodo Classico italiani stanno beneficiando dell’effetto trainante dello champagne, ovvero del successo straordinario delle bollicine? In Italia e fuori.
Luca
Non penso che il Prosecco stia beneficiando del trend di vendita dello champagne, anche perché le cifre del primo sono da qualche anno in incremento a doppia cifra rispetto ai volumi abbastanza stabili dello champagne. È vero che le bollicine in generale sono tra gli attori protagonisti del mercato ed è il solo comparto veramente in salute, ma al tempo stesso lo champagne e il prosecco, o meglio il Conegliano Valdobbiadene, sono due vini completamente diversi sia per come sono prodotti, ma soprattutto per il tipo di vitigno dal quale provengono. Personalmente, come sai, abito a Conegliano, in mezzo a 4 ettari di vigna piantata a Glera dell’azienda di mia moglie Elena (Biancavigna, N.d.A.), ciò nonostante in casa si beve del Conegliano Valdobbiadene o dello champagne a seconda del momento, mai dell’ospite. Capitolo a parte, invece, il Franciacorta che, comunque e a mio avviso, vive di luce propria, anche se a volte, inavvertitamente, viene messo a confronto con il più blasonato cugino d’Oltralpe. La maggior parte dei buoni produttori di Franciacorta che conosco non ambiscono né a paragoni, né a confronti e dunque a monte, tornando alla tua domanda, sono convinto che i vini italiani non fruiscano di aiuti dalla vendita di champagne. La sola spinta deriva, se vuoi, dal fatto che in periodi di contrazione il prezzo può fare cambiare alcune scelte ad alcuni gestori di locali, anche se ritengo che questa politica sia frutto dell’improvvisazione piuttosto che di una precisa pianificazione aziendale.

cuzziol
Luca Cuzziol ha saputo costruire un portafoglio di aziende vinicole d’eccellenza, a livello mondiale tra l’altro, intendendo con questo non solo qualità assoluta, ma anche personalità affascinante di ciascuna.

Alberto – Odio fare paragoni del genere, ma il grande pubblico è tuttora fortemente portato a farlo: champagne e tutto il resto degli spumanti. A tuo avviso, come fare per mettere la parola fine al paragone, visto che nessuno, invece, si sognerebbe di fare lo stesso confronto tra Bordeaux e Bolgheri?
Luca
– Sono vini diversi, l’ho detto prima. Il prosecco è un vino fresco, da bere giovane, il Franciacorta insieme al Trento l’emblema dello spumante in Italia e ognuno ha un suo mercato e il suo spazio proprio. D’altronde, non si possono paragonare Hermes e Dolce&Gabbana: sono entrambi nell’haute couture, ma non necessariamente fanno gli stessi prodotti…

Alberto – Da appassionato di vino e non da azienda Cuzziol, dimmi i tre champagne blanc e i tre champagne rosé che preferisci e perché. Non accetto no comment, eh!
Luca
Ahi, ahi, rischio il posto… Non saprei… Però ti posso dire ciò che ho bevuto di recente e che ricordo con molto piacere: Dom Pérignon 1996, Pol Roger Sir Winston Churchill 1996 e Bruno Paillard Blanc de blancs 1996. Tre vini molto diversi, ma che mi hanno stupito. Certo, visto il millesimo mi dirai che è scontato siano buoni, a ogni modo questi tre li ricordo davvero bene e fortunatamente ho ancora qualche bottiglia da parte. Per il rosé, invece, sono un po’ di parte, mi spiace, ma Bruno Paillard Rosé resta per me il ‘grand classique’, un brut da aperitivo sempre all’altezza. A onor del vero, poi, non posso non ricordare il Dom Pérignon Rosé 1982 (era addirittura un magnum!) bevuto un anno fa e un Gonet-Medeville Extra-Brut sans année bevuto a Dusseldorf due mesi fa.

bottiglia di champagne Monmarthe
Oltre a Bruno Paillard, Cuzziol importa anche Monmarthe (in foto il Coup de Cœur, ora Extra-Brut) e Mandois per quanto riguarda gli champagne.

Alberto – Anche io ho ricordi incantevoli del Rosé 1982 di Dom Pérignon, mentre, come sai, sto preparando uno speciale 1996, annata talmente particolare da essere unica nella storia della Champagne, che vedrà in degustazione 12 grandissime etichette di quell’annata, tra le quali i tre che hai citato tu: lo vedrai su questo sito per fine giugno. Comunque, in attesa di assaggiarle, quali sono le prossime “novità” di Monmarthe e Paillard?
Luca
Come sai sono due aziende diverse tra loro in tutto e per tutto. Monmarthe, essendo un récoltant, ha dinamiche molto lente e dunque conferma il Brut 1er Cru (Sécret de famille), il Brut 1er Cru Privilege, poi il Blanc de Blancs 2007 che affianca il Millésime 2007 e il Coup de Cœur, versione Extra-Brut che da qualche anno Jean-Guy propone al mercato. Per la maison di Reims, invece, sottolineo il Brut Millesime 2002 che presenterò, in anteprima nazionale con lo stesso Bruno, a Stresa il prossimo 1 giugno nel roof garden dell’Hotel La Palma. Si tratta di un vino all’altezza delle aspettative, ma per ora è ancora una sorpresa…

Alberto – Un bravissimo “selezionatore di vino” – è lui che ama definirsi così… -, tra l’altro nostro amico comune, il buon Luca Boccoli, ha avuto modo di dire, giustamente: “oggi in Italia c’è più vino di quanto ne richieda il mercato”. Un problema, a mio avviso, dettato da troppi imprenditori e personaggi che si sono lanciati nella produzione per “moda”. Cosa ne pensi?
Luca – Il mercato è da sempre un regolatore naturale e, dunque, in un contesto globale e globalizzato non vedo un eccesso di offerta, bensì una non corretta proposta. Non necessariamente un imprenditore che decide di “partire” con un progetto lo fa per la sola ambizione di avere alcune bottiglie con il proprio nome. È vero, però, concordo con Luca, che troppe volte alcuni buoni imprenditori leader nel proprio settore industriale siano incappati in errori grossolani tanto di impostazione, quanto di “produzione”, ma è anche vero che, grazie a nuove idee e a spinte innovative, il mercato ha saputo rinnovarsi. Un esempio per tutti è Vittorio Moretti, che non arriva certo dall’agricoltura o dal vino ma ha fatto tanto per il vino, o da ultimo Oscar Farinetti, vulcano di idee, che attraverso  il progetto Eataly sta facendo conoscere “le cose buone“ a tanti italiani…

Alberto – Non voglio polemizzare, ma tengo molto al tuo parere: personalmente ritengo che alcuni, definiti da me “talebani”, stiano facendo passare un messaggio pericoloso: il vino è naturale, quindi è buono. Quando, invece, prima si dovrebbe verificare se il vino è buono e poi, semmai, scoprire come è fatto…
Luca
– Concordo sulla definizione di “talebani” e sulla questione ho un opinione molto precisa: è buono ciò che piace, meglio se fatto nel rispetto della natura.

Alberto – Bene Luca, grazie per la bella chiacchierata. Con cosa brindiamo?
Luca
– Con il nuovo Brut Millesime 2002 di Bruno Paillard! Ops, ma mi aspetti fino a giugno?

Cuzziol SpA – tel. 0438/4564 – www.cuzziol.it

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