Alle radici dello champagne sans année con il Carte Jaune di Veuve Clicquot

Veuve Clicquot

Per le grandi maison, ma anche i piccoli produttori per certi versi, il non millesimato rappresenta l’ossatura della loro produzione, l’etichetta che permette loro di prosperare. Nelle prime, poi, il brut sans année è anche di più, è il loro biglietto da visita e, in quanto tale, deve essere sempre uguale a se stesso a dispetto del passare del tempo, delle vendemmie, dei vari mercati, anche ai quattro angoli del mondo. Questo in linea di massima, perché se è vero che l’impiego dei vins de réserve serve proprio a “uniformare” il vino perché, come detto, sia sempre uguale a se stesso, è poi altrettanto vero che l’annata base (l’ultima vendemmia, nel 90% dei casi nettamente preponderante nell’assemblaggio) alla fine si fa sentire. Eccome se si fa sentire, anzi ce ne siamo accorti in maniera clamorosa già nelle prime degustazioni della seconda edizione della guida Grandi Champagne: riassaggiando a distanza di due anni diversi i medesimi non millesimati, è emersa certamente una grande coerenza di stile, ma anche una “certa” differenza. Parliamo di sfumature, roba da appassionati, da palati allenati, perché il consumatore medio molto difficilmente percepirà questa sottile differenza, però c’è ed è anche divertente scoprirla. Insomma, anche il brut sans année, pur mantenendo rocciosamente lo stile anno dopo anno, è pur sempre figlio della sua annata…

Alberto Lupetti con Jacques Péters e Dominique Demarville
Che bei ricordi! È quando partecipai all’assemblaggio del Carte Jaune con lo chef de cave Jacques Péters e Dominique Demarville, appena giunto in Veuve Clicquot.

Per verificarlo, invito chi ne avesse voglia a procurarsi di anno in anno una bottiglia di champagne non millesimato sempre della stessa marca e tipologia (magari acquistata nella medesima enoteca, in modo da avere la certezza del ricambio continuo), tenerla in cantina e poi, dopo 3-4 anni, provare a fare questa singolare verticale. È vero, la più vecchia sarà più matura e così via, ma, maturità a parte, sono sicuro che l’assaggio risulterà molto interessante. Io, lo ammetto, sono stato più fortunato, anzi più facilitato, perché questa esperienza l’ho fatta direttamente con lo chef de cave, nel caso Dominique Demarville di Veuve Clicquot, pertanto con il celeberrimo Carte Jaune (o Yellow Label), forse lo champagne più amato dagli italiani. È l’emblema della maison di Reims, prodotto in diversi milioni di bottiglie, dalla demi alla gigantesca Nabucodonosor. Ricordo che ebbi l’onore di partecipare all’assemblaggio finale di questo champagne insieme allo storico chef de cave Jacques Péters e allo stesso Dominique che ne avrebbe ricevuto il testimone a breve, ebbene entrambi non solo affermavano che per loro questa etichetta rappresentava la prima preoccupazione, ma anche che era quella che richiedeva più attenzioni in fase di assemblaggio.

champagne Carte Jaune
Il Carte Jaune, noto anche come Yellow Label, è il non millesimato di Veuve Clicquot, il suo simbolo nel mondo. È uno champagne che gode di particolare successo in Italia.

È uno champagne ovviamente improntato alla freschezza (ma non allo slancio acido, anzi predilige la morbidezza) e, soprattutto, molto espressivo del Pinot Noir, che è la firma stilistica della maison. La degustazione verticale è avvenuta in condizioni ideali (solo magnum, tutte degorgiate a marzo 2010 e dosate più basse, a 4 g/l anziché i 9-11 tradizionali) possibili solo all’interno della maison, ma questo ha permesso di limitare gli altri fattori (come la suddetta maturazione) e concentrarsi proprio sull’obiettivo prefissato: capire come la vendemmia base influenzi il carattere dello champagne e come si tenti di affievolire questa influenza con i vins de réserve. Vediamo.

Carte Jaune di Veuve Clicquot
Nonostante sia semplicemente un brut sans année, il Carte Jaune rappresenta la prima preoccupazione dello chef de cave, anche perché costituisce buona parte della produzione della maison.

Carte Jaune

Base 2007 – 52% Pinot Noir (di cui il 10,1% dell’Aube), 29% Chardonnay, 19% Pinot Meunier; 29% vins de réserve 2006, 2005, 2004, 2001 e 1990; 10,6% taille; 65 Cru totali
Si presenta al naso molto classico e intenso, giocato sui toni fruttati del Pinot e le erbe aromatiche in quadro di grande freschezza. E tale si ripropone all’assaggio, con un centro bocca molto minerale e asciutto. Accattivante la progressione fruttata e soprattutto agrumata, che tende ad asciugare, ma anche a dare profondità al finale.
Voto: 83/100

bottiglie champagne Carte Jaune Veuve Clicquot

Base 2006 – 55% Pinot Noir (di cui il 13,3% dell’Aube), 27% Chardonnay, 18% Pinot Meunier; 28% vins de réserve 2005, 2004, 2003, 2002, 2001 e 2000; 8% taille; 64 Cru totali
Ancora uno champagne classico, soprattutto nello stile fruttato della maison, che qui si fa anche piuttosto dolce. È rotondo, ma non molto intenso. Bocca morbida e delicata, piacevole nella sua semplicità che replica ancora la matrice fruttata del Pinot, firma della maison. Infatti, è… il prototipo del Carte Jaune.
Voto: 82/100

Base 2004 – 52,5% Pinot Noir (di cui il 13,7% dell’Aube), 28,5% Chardonnay, 19% Pinot Meunier; 22% vins de réserve 2003, 2002, 2001, 2000 e 1999; 12% taille; 59 Cru totali
Bel naso compatto davvero, profondo di spezie ma, soprattutto, frutto proprio della struttura del Pinot Noir. Anche al palato è molto bello, rotondo di frutto, minerale e con un rinfrescante sviluppo agrumato che dona lunghezza al finale. Champagne non complesso, ma certamente molto buono.
Voto: 85/100

Base 2001 – 55% Pinot Noir (di cui il 14,8% dell’Aube), 29,5% Chardonnay, 15,5% Pinot Meunier; 27% vins de réserve 2000, 1999, 1998, 1997 e 1996; 13,6% taille; 56 Cru totali
Approccio olfattivo singolare, un po’ chiuso, ovvero arroccato su tenui note verdi di erbe aromatiche e una sensazione di ruvidità. L’assaggio è invece giocato sull’intreccio floreal/fruttato, un po’ scisso tra materia e parte liquida. Finale delicatamente fruttato. Paga l’annata che sta alla base…
Voto: 80/100

Base 1990 – 57% Pinot Noir (di cui il 11,7% dell’Aube), 30% Chardonnay, 13% Pinot Meunier; 28% vins de réserve 1989, 1988 e 1987; 15,9% taille; 55 Cru totali
Olfatto pieno e profondo di frutto, ricco, complesso e con un affascinante tocco di maturità sul fronte dello Chardonnay, tra note di torrefazione e toffee. Bocca per certi versi ancor più matura, ma anche meno ricca di materia, tanto che sembra mancare di sviluppo. Ciò nonostante lo champagne si beve con piacere.
Voto: 84/100

Base 1953 – 50% Pinot Noir, 33% Chardonnay, 17%; 33% vins de réserve; 0% taille; 37 Cru totali
Grande champagne, accidenti! Si offre fine e rotondo al naso, dolce sul fronte del frutto al fianco di note di toffee e di legni pregiati. L’attacco in bocca è molto vinoso, anche se c’è una sensazione di scompostezza. Ma è solo un’impressione passeggera, perché il succoso sviluppo porta a una finale veramente spettacolare di frutti rossi. A tratti questo champagne sembra un grande Riesling, ma con più corpo.
Voto: 90/100

Conclusioni

Cosa emerge, dunque? Che l’annata alla base del brut sans année fa certamente sentire il suo peso e i vins clairs, più che cancellarla, sembrano renderla conforme allo stile della maison, quello sì rocciosamente coerente anno dopo anno. Pertanto, ecco emergere da un lato l’ottima 2004 e dall’altro, esattamente all’opposto, la 2001, ottima la prima, rovinosa la seconda, tanto che in Champagne millesimarono sì e no in cinque. La ’53 fa un po’ storia a sé (altri tempi, altri climi, altra vinificazione…), ma dimostra le eccellenti capacità di tenuta di uno champagne anche quando non millesimato, mentre sorprende un po’ in negativo la ’90, nel senso che mi aspettavo di più. Come mai? I fattori possono essere tanti, ma credo influisca parecchio l’elevata percentuale di taille nell’assemblaggio, sostenibile fino al 10-12%, eccessiva al di sopra. Ricordo che la taille è la seconda parte della pressatura (da 4.000 Kg di uva si ricavano 2.550 litri di mosto, 2.050 sono la cuvée, la parte iniziale della pressatura, i migliori, 500 litri sono, appunto, la taille), per forza di cosa impiegata nei non millesimati prodotti su vasta scala. Se osservate con attenzione i dati, noterete che gli impeghi di taille crescono in occasione delle grande annate, ebbene indovinate un po’ perché? Perché con quelle vendemmie c’era necessità di produrre parecchio millesimato, quindi si doveva ottimizzare l’impiego delle uve. Veuve Clicquot ha millesimato nel 1990 e nel 2004, ma non nel 2006 che, guarda caso, è quello con meno taille. Lasciamo perdere la 2001: il raccolto disastroso costrinse a dare fondo a tutte le uve o quasi…

In proposito, sessant’anni fa, quando i numeri della Champagne erano ben diversi, la taille non veniva impiegata in una grande maison come Veuve Clicquot, ma poi, la crescita del mercato ha imposto il ricorso anche a questa parte di mosto. È la legge dei numeri…

Ma voi che ne pensate?

Dominique Demarville
Dominique Demarville, chef de cave di Veuve Clicquot dal 2009, sta effettuando un lavoro a dir poco straordinario su tutti gli champagne della maison di Reims.
Gli champagne Veuve Clicquot sono distribuiti in esclusiva da:
Moet-Hennessy Italia – tel. 02/671411 – www.moethennessy.it

17 commenti su “Alle radici dello champagne sans année con il Carte Jaune di Veuve Clicquot”

  1. Penso che le grandi maison dovrebbero usare solo la prima spremitura. Alcune dopo averla utilizzata per alcuni anni hanno fatto marcia indietro. Pol Roger ad esempio, non usa più la taille da almeno 5/6 anni. A proposito, sarebbe bello se riuscissi a fare un’intervista a Patrice Noyelle che il mese prossimo lascia la presidenza di Pol Roger.

  2. Caro Vittorio,
    d’accordo, ma quanto produce Pol Roger? E quanto producono Veuve Clicquot o Moët? Per questo credo che, superati certi numeri, un certo impiego della taille sia impossibile da evitare. D’altronde gli ettari vitati sono quelli che sono…
    Grande persona Noyelle, è un’idea, ma vediamo tra le tante, troppe cose da fare…

      1. Certo Vittorio, ma se invece devi produrre il 10% o il 15% in più?
        Tutto dipende dai numeri, dalle logiche aziendali. Pol Roger è ancora a conduzione familiare, quindi può facilmente prendere deicisoni del genere, le maison nei grandi gruppi, invce, no e, magari, il “povero” chef de cave si trova a rispondere a una dirigenza che chiede i numeri senza magari conoscere troppo a fondo la produzione champenoise. Ma, alla fine, la coperta è sempre di quelle dimensioni, quindi…

  3. Io so solo che diverse enoteche, la mia in testa, si rifiutano di tenere in assortimento i vini d’ingresso delle quattro grandi – in termini numerici – Moet, Veuve C., Mumm e Pommery che a milioni sotto le feste invadono – a prezzi stracciati – la GDO.
    Il motivo? Che sono champagne mediocri con elevata acidità, quindi non mi stupisco che si avvalgano anche della taille…..
    Infatti, confesso che non li conosco – il mio enotecario che vende champagne da quarant’anni dice che ti “spaccano lo stomaco”, di V. Clicot cart jaune propone invece la cuveè saint Petersburg, che in effetti devo dire che è ottimo.
    Comunque molto istruttivo e interessante l’articolo, anche se vedere punteggi che in guida vengono attribuiti a Gosset o Egly Ouriet, fa un pò impressione!

  4. Bello spunto, la sua mail, vediamo di rispondere con ordine.
    Capisco il suo enotecario, ma, se permette, è più una questione commerciale. Infatti, come sottolinea lei giustamente, questi brut sans année di grande produzione sono spesso proposti dalla GDO a prezzi con i quali l’enoteca non potrà mai competere, però dire che sono “mediocri” o addirittura che “spaccano lo stomaco” è eccessivo. E falso.
    Finora la legge dei grandi numeri ha imposto una produzione elevata, pertanto un minimo la qualità ne ha risentito, però non guardi a questi champagne da appassionato, ma con gli occhi del grande pubblico, presso il quale godono di successo.
    E poi, negli ultimi anni, proprio gli chef de cave delle maison da lei citate, stanno effettuando un fine lavoro di cesello proprio per arginare questo problema e – mi creda – le prossime uscite di Veuve Clicquot e Mumm faranno alzare più di un sopracciglio. Parliamo sempre di brut di sans année, beninteso, ma la qualità sarà evidentemente cresciuta.
    Cuvée St. Petersburg: ma il suo enotecario sa che è il Carte Jaune perfettamente identico solo che ha maturato un po’ di più nelle cantine della maison? È uno champagne creato per il canale Horeca che le enoteche ora vendono “per poter proporre il Carte Jaune senza proporlo”. Poi che la maturazione un po’ più lunga lo renda “più buono” è vero, ma la stessa cosa varrebbe se si facesse invecchiare in proprio anche il Carte Jaune originale… Provi ad acquistare una bottiglia di Carte Jaune e tenerla 6-8 mesi in cantina, poi mi faccia sapere…
    Last but not least, punteggi troppo alti? Immagino si riferisca al base 2004 e base 1953. Beh, quest’ultimo era proprio un grande champagne, mi creda, l’altro beneficiava del formato magnum e dell’ottima annata alla base e vale certamente quel punteggio. Peccato oramai sarà impossibile da reperire, perché sarebbe stato molto interessante un confronto.
    I brut sans année non sono teoricamente fatti per invecchiare, ma, quando capita, si possono trovare delle sorprese incredibili.
    Nelle grandi mason sanno il fatto loro, sono costretti a soddisfare alle richieste del marketing, ma le sembra che arriverebbero a compromettere un nome di prestigio e una storia secolare con un prodotto scarso? Non credo proprio… Poi, per carità, potrebbe anche non piacere, ma da qui a dire che fa schifo ne corre. E poi, come ho detto, sono bottiglie non pensate per gli appassionati, ma per il grande pubblico, quello che a volte si siede e dice “una bottiglia di champagne francese!” sic, sic, sic…

    1. Mi arrendo di fronte alla sua competenza……vorrà dire che natale prossimo comprerò anch’io “gli champagne delle feste”, li stiverò nella cantinetta climatizzata per qualche mese dopodichè le saprò dire; intendiamoci, non è manchino alternative migliori come per es. LP brut e Taittinger cuvèe prestige prodotti entrambi molto validi se è vero com’è vero che i vini d’ingresso sono il miglior biglietto da visita delle maison, come anche il citato Pol Roger brut rèserve sans annèe, fine e agrumato non smetteresti mai di berne..
      Non sapevo della cuvèe st. Petersburg (incredibile, potere dell’invecchiamento!) e men che meno lo sa l’enotecario da cui mi rifornisco, è uno alla buona, forte solo di un sapere pratico, però se mi dice che un vino è buono, mi fido, non ha mai fallito…….
      A corroborare infine quanto da lei osservato circa il fatto che queste maison non arriverebbero a compromettere una storia secolare e un nome di prestigio con prodotti scadenti, ricordo di aver letto mesi fa un articolo del grande M. Bettane che in sintesi diceva che a differenza di quanto avviene nel vino fermo, dove i grandi numeri vanno in genere a scapito della qualità, nella champagne le grandi maison, forti di tradizioni e savoir faire secolari, riescono a rendere questo fenomeno molto meno avvertibile.

  5. Troppo buono…
    Comunque, sì, ci siamo fossilizzati sul Carte Jaune, che poi è l’oggetto di questo articolo, ma ci altri brut sans année squisiti, anzi eccellenti. I due citati da lei, ad esempio, e, anzi, il Brut L-P ultimamente è migliorato tantissimo, ma non dimentichiamo il Brut Premier di Roederer, forse il riferimento della categoria…
    A presto

  6. la cuvee s, pietroburg nn dovrebbe avere tailleur in quanto cuvee o sbaglio?
    se dico bene quindi come fa ad essere il carte kane Invecchiato?

    1. Andiamo con ordine. Carte Jaune e St. Persbourg sono la stessa cosa, solo che la seconda etichetta è stata creata in esclusiva per enoteche e canale Horeca.
      La parola cuvée può indicare i 2.050 litri di mosto su 2.550 della pressa, ma anche l’unione di più vini, quindi l’assemblaggio. Nel nostro caso ha il secondo significato…
      Infine, visti anche i numeri, in Veuve Clicquot impiegano da anni circa il 10% di taille nell’assemblaggio di questo champagne. Ovviamente, i vins de riserve sono tutta cuvée (intesa come prima spremitura), mentre la taille è solo riferita all’annata base.

  7. Buonasera, forse sbaglio a porre qui la domanda e se è così me ne scuso. Volevo chiederLe una cosa semplice, dal basso della mia incompetenza: gli champagne che troviamo anche nella GDO come Veuve Clicquot, Bollinger, Moet etc etc quanto “tempo” hanno prima di essere messi in commercio? Cioè fanno l’affinamento sui lieviti e per quanto tempo solitamente?
    Grazie in anticipo e scusi per la domanda banale. Saluti

    1. Non c’è alcuna differenza tra le bottiglie in vendita su un canale rispetto a un altro. Nella GDO potrebbero avere una rotazione più rapida, quindi essere di lotti diversi, ma il vino è quello. Non si fa differenza di permanenza sui lieviti rispetto al tipo di canale di vendita, ma è funzione dell’etichetta. Ad esempio, tre anni per il Bollinger, un po’ più di due anni per Moet e così via.
      Spero di aver chiarito il dubbio. E le domande non sono mai banali, ci mancherebbe!

      1. Grazie tante per la pronta risposta, ne approfitto per porne un’altra di tutt’altro genere. In cantina ho trovato una bottiglia di Canard-Duchene blanc de blancs 1969. Saprebbe dirmi un valore indicativo per questa bottiglia? E se decidessi di aprirla, mi consiglia di metterla comunque in frigo prima del consumo oppure no? Grazie per l’attenzione, saluti.

        1. Ho visto la foto. La bottiglia sembra perfetta, quindi la conservazione è presumibile che sia stata perfetta.
          Il valore purtroppo non è quantificabile, perché non è una maison in gradi di spuntare quotazioni significative. Voglio dire che teoricamente potrebbe anche trovare il grande appassionato disposto ad acquistarla (ma non pensi a cifre importanti, siamo sui 100 euro), ma il valore è più che altro affettivo.
          Al contrario, l’annata eccezionale e il valore ella maison all’epoca potrebbero regalare una bevuto appagante, a patto le piacciano gli champagne d’antan…
          Saluti

          1. Grazie per la gentile risposta. Ho aperto la bottiglia qualche giorno fa e mi ha regalato una serata bellissima. Il vino era squisito, nel calice si poteva veramente “sentire il passato”, al gusto poi aveva un che di Sauternes. E di questa dolce esperienza devo ringrazie il suo sito, che mi ha messo la curiosità e anche la consapevolezza che assaggiare una bottiglia così datata mi avrebbe potuto regalare una piacevole sorpresa, che avrei altrimenti ignorato. Ancora complimenti per la passione che mettete nel vostro lavoro! Saluti

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